sabato 11 luglio 2009

Nuvolari contro Hitler

Pochi mesi prima di morire in un tragico incidente, mio padre Paolo stava scrivendo dei racconti dedicati all’Alfa Romeo, che avrebbe poi voluto pubblicare in un libro. Non fece purtroppo in tempo a realizzare questo suo desiderio, anche se sono riuscito parzialmente a rimediare portando alle stampe, postumo, un altro suo libro – La mia guerra, diario di un adolescente sotto le bombe (Albalibri) - da lui scritto tra il 1940 e il 1945, e successivamente affinato durante gli anni della pensione.

Da oggi inizio quindi a pubblicare nel blog alcuni dei suoi inediti racconti “automobilistici”, che narrano l’epopea legata agli albori delle corse…

di Paolo Grassi

A partire dal 1934, le auto tedesche avevano cominciato a vincere un po’ dappertutto, affermando la loro supremazia a scapito dell’Alfa Romeo, le cui vetture stentavano ormai a tenere il passo delle Mercedes e delle Auto Union, doviziosamente sponsorizzate da Hitler.

Fino al 25 luglio 1935, la Casa italiana e le due Case germaniche avevano evitato di confrontarsi direttamente, ma ormai un confronto non poteva più tardare. Ora i tedeschi si sentivano in pole position, sicuri di relegare gli italiani dietro di loro e di garantirsi un futuro di “dominatori” anche nell’automobilismo sportivo. Il rivale italiano più temuto, il quarantatreenne Tazio Nuvolari, era ormai considerato in parabola discendente e non impensieriva più di tanto. Un giornale germanico dell’epoca scrisse che “Nuvolari ha solo un glorioso passato, ma il presente ed il futuro appartengono ai piloti di Hitler”.

Occorreva soltanto che il predominio germanico venisse consolidato una volta per tutte in una gara di grande prestigio e che la conquista del primato venisse risolta... "in famiglia" fra Mercedes e Auto Union. A tal fine, venne scelto il Gran Premio di Germania, che doveva aver luogo appunto il 25 luglio 1935 sul circuito del Nürburgring.

Hitler, sentendosi ormai in tasca una grande vittoria sportiva, che avrebbe accresciuto di riflesso anche la sua popolarità e il prestigio dell’industria automobilistica del Reich, si preoccupò personalmente di invitare l’Alfa Romeo che, nei suoi intendimenti, in quella importante competizione avrebbe dovuto essere considerata alla stregua di uno sparring partner, che ponesse ancor più in evidenza la superiorità delle due Case germaniche. La Casa del Portello accettò l’invito e si presentò alla sfida in tutta umiltà con una vettura guidata da Tazio Nuvolari sperando, se non di vincere, almeno di ben figurare.

Già nelle prove, però, il bolide rosso aveva ottenuto un inatteso risultato, realizzando all’ultimo giro valido il miglior tempo assoluto, ciò che avrebbe dovuto costituire un segnale di allarme per i tedeschi. Ma i piloti di Hitler non sembrarono invece preoccuparsene, anzi ritennero addirittura che dovesse trattarsi di un errore dei cronometristi!

La mattina della corsa, il pilota mantovano chiese perentoriamente che venisse sostituita la bandiera italiana sventolante su uno dei pennoni dell’autodromo, che egli considerava troppo logora e sbiadita. A chi gli chiese il motivo di quella sua inusuale richiesta, egli rispose: “La corsa oggi la vinco io e la bandiera dovrà essere all’altezza della mia impresa”.

In gara, venne subito dimostrato che i cronometristi non avevano affatto sbagliato. Davanti a duecentomila spettatori, Nuvolari andò subito in testa e non apparve minimamente intenzionato a mollare, anzi. Al rifornimento dovette però sostare oltre 70 secondi per un problema meccanico e quando ripartì si trovò al quarto posto, staccato di un minuto dai tre tedeschi che lo precedevano. Ma cominciò un’incredibile rimonta, che lo portò a recuperare velocemente preziosi secondi e a tagliare per primo il traguardo, lasciando letteralmente esterrefatti tutti coloro che avevano dato ormai per scontata una vittoria germanica .

Narrano le cronache che i due soldati in servizio alle bandiere, che avevano già iniziato prima dell’arrivo ad innalzare lo stendardo germanico sul pennone più alto dietro il podio delle premiazioni - sentendosi ormai sicuri di una vittoria tedesca – quando il bolide rosso di Nuvolari apparve per primo sul rettilineo del traguardo ebbero un attimo di esitazione, quindi dovettero frettolosamente fare marcia indietro e sostituire la loro bandiera col nostro tricolore.

L’alta autorità incaricata della premiazione, a sua volta, dovette malinconicamente riporre in tasca il foglietto col discorso che si era preparato per celebrare la vittoria delle macchine e dei piloti del Reich.

Da parte loro, i piloti di Hitler non trovarono scuse alla loro sconfitta e mestamente riconobbero che contro quel Nuvolari con quella macchina non vi era stato assolutamente nulla da fare. Ma a restarci veramente male deve essere stato proprio il loro Führer, apparentemente tranquillo, ma in realtà fortemente contrariato per lo scacco subìto.

Deve essere stato proprio in quella circostanza che il famoso Ferdinand Porche, che di piloti se n’intendeva, definì Nuvolari “il più grande pilota del passato, del presente e del futuro”.

sabato 20 giugno 2009

Tutti gli uomini del presidente

“La Repubblica non deve sostanziarsi soltanto di libertà e giustizia, ma anche e soprattutto di onestà e umanità”

Sandro Pertini

A qualche anno di distanza dalla pubblicazione di Centonovantesimi - Le 100 partite indimenticabili del calcio italiano (Sep) propongo nel blog la prefazione di quel libro, che ho scritto con Alberto Figliolia e Mauro Raimondi. È infatti un testo a cui sono particolarmente affezionato, che spiega nel modo migliore la concezione del calcio e della letteratura sportiva che abbiamo io, Mauro e Alberto. Al suo interno c’è anche l’estratto da uno dei cento racconti, Tutti gli uomini del presidente, dedicato all’indimenticabile Sandro Pertini, “protagonista” del vittorioso Mundial del 1982, raro e fulgido esempio di come dovrebbero essere la politica, la rappresentanza delle istituzioni. E sempre più spesso, invece, purtroppo non sono.

L’autore della prefazione di Centonovantesimi è Darwin Pastorin, giornalista e scrittore, autore di diversi libri tra cui il bellissimo Ode per Manè (Limina) dedicato al grande Garrincha. Grazie, Darwin.

di Darwin Pastorin

Anche la letteratura calcistica ha i suoi Sarti, Burgnich, Facchetti o i suoi Zoff, Gentile, Cabrini oppure i suoi Gilmar, Djalma Santos, Niton Santos. La letteratura calcistica, d’ora in avanti, dovrà fare i conti con Figliolia, Grassi, Raimondi. Tre scrittori, tre poeti, tre appassionati di football. Centonovantesimi (Le partite indimenticabili del calcio italiano) è una enciclopedia delle occasioni realizzate o perse, storie di match memorabili, di calciatori indimenticabili o passati come meteore, di fuoriclasse e carneadi. Ma anche storia del mondo, di vita sociale e politica, di avvenimenti grandi o piccoli, felici o tragici. Perché un pallone, un semplice pallone, continua a rappresentare una sartriana metafora della vita.

Figliolia, Grassi, Raimondi partono dal 1898 (Genoa-Internazionale di Torino 2-1) per arrivare ai giorni nostri. Quella palla virtuale, come la pallina da baseball di DeLillo, attraversa i secoli, le città, le guerre, le emozioni, le delusioni, il "particulare" e l’universale, l’autobiografia. Vicende di gol e autogol, rigori realizzati e rigori sbagliati, parate strepitose e papere memorabili, ma anche vicende personali, cose viste, tanto, tantissimo mito. Ho letto queste pagine con entusiasmo fanciullesco. Scoprendo e riscoprendo, in un emozionante viaggio a ritroso nel tempo. Sono tornato, ad esempio, al mundial di Spagna dell’82. Il mundial del nostro delirio, del nostro orgoglio, con un Paese in piazza finalmente senza odio e senza divisioni. Alberto Figliolia, Davide Grassi e Mauro Raimondi mi hanno fatto rivivere l’impresa del Sarrià di Barcellona, Italia-Brasile 3-2, tripletta del rinato Pablito Rossi, e l’atto finale al Santiago Barnabeu di Madrid, Italia-Germania Ovest 3-1, con Sandro Pertini felice come un bambino nella tribuna d’onore, al fianco di re Juan Carlos.

Scrivono gli autori, e sottoscrivo: “Si alzò in piedi, il presidente: aveva la pipa in mano e sorrideva. 'Non ci prendono più, non ci prendono più', disse muovendo l’indice della mano per dare enfasi alla sua certezza. Sandro Pertini era un presidente della Repubblica diverso dagli altri. E non è un caso – forse – che l’unico titolo mondiale del dopoguerra sia stato conquistato durante il suo settennato. Sandro Pertini era un politico particolare, credeva nei valori, non nel potere. Sandro Pertini non amava i compromessi. Condannato a undici anni di carcere durante il fascismo, si era rifiutato di firmare la grazia presentata dalla madre, infuriandosi con lei. Sandro Pertini sapeva parlare alla gente. E la gente lo amava”.

Centonovantesimi è un compendio della nostalgia, l’isola da ritrovare, il calcio di Vittorio Sereni e di Alfonso Gatto, ma anche di Osvaldo Soriano, di Eduardo Galeano, di Maurizio Cucchi, di Giuan Brera e del mio amato Giovanni Arpino. Ecco, cosa sono Figliolia, Grassi, Raimondi, ricordando una delle tante lezioni dell’autore de La suora giovane e di Azzurro tenebra: sono bracconieri di tipi e personaggi. Il loro libro è un inno alla memoria, al football inteso come elemento fondamentale della cultura contemporanea. Un libro da tenere sul comodino e da leggere nei momenti di malinconia. Perché il calcio, quando vuole, sa essere consolazione, anestesia, recupero della giovinezza.

(nella foto, Sandro Pertini, a destra, con Enzo Bearzot dopo la vittoria dell’Italia ai Mondiali del 1982. Copyright della Presidenza della Repubblica).


sabato 13 giugno 2009

Una domenica mondiale

I Mondiali del 1974, nonostante la disastrosa prestazione dell’Italia, per gli appassionati di calcio sono stati tra i più entusiasmanti e spettacolari della storia. Di qui l’idea del pub 4-4-2 di Milano di organizzare un torneo amatoriale a 12 squadre di Subbuteo ispirato ai Mondiali tedeschi, a cui ho partecipato insieme ad altri amici dell’Old Subbuteo Club Milano Sud.

Come è andata? Il clima nel pub, tappezzato da sciarpe di squadre di calcio di tutto il mondo, è stato come al solito allegro e goliardico, con il risultato visto solo come un dettaglio. Per la cronaca, comunque, come nel “vero” Mondiale ha vinto la Germania Ovest (Gianluigi), davanti a Germania Est (Roberto), Olanda (il sottoscritto) e Uruguay (Edo). Ma quel più conta è stato il divertimento. In fondo, anche la meravigliosa Olanda di quel Mondiale – una delle più belle squadre che abbia mai visto, con campioni indimenticabili quali Neeskens, Krol, Rensenbrink e, soprattutto, Cruijff – era nata soprattutto per divertire…

(nella foto in alto, da sinistra, Gianluigi Pancia di Ghisa, Leo Real, Davide Casciavit e Roberto Magpies).

venerdì 5 giugno 2009

Quando il Milan era un Piccolo Diavolo

Quando il Milan era un Piccolo Diavolo è un libro in sintonia con Rossoneri – Il manuale del perfetto casciavit, che ho pubblicato all’inizio dell’anno scorso. Nel mio libro scrivevo infatti che un vero milanista, per potersi definire tale, non solo non si vergogna, come fanno purtroppo alcuni, dei periodi più bui della sua storia – la serie B, la Mitropa Cup – ma ne va anzi fiero. Altrimenti non può essere considerato un perfetto casciavit. L’amico giornalista Sergio Taccone, un vero casciavit siciliano, ha ora dedicato a quegli anni un intero libro, che sarà disponibile dal 24 giugno. Per chi, come me, in quel periodo era solo un ragazzino è un tuffo in ricordi non sempre belli, ma senz’altro indelebili. E che ora, a distanza di tanti anni, fanno emergere anche un pò di nostalgia per anni “calcisticamente difficili”, ma senz’altro più spontanei e spensierati. Se anche voi eravate a San Siro il giorno che la Cavese vinse 2-1 contro il “Piccolo Diavolo”, il libro di Taccone fa per voi. Questa è la sua scheda di presentazione.

Quando il Milan era un Piccolo Diavolo racconta il periodo più difficile della storia rossonera, gli anni dal 1980 al 1983, le stagioni della doppia retrocessione in B: la prima per lo scandalo del calcio-scommesse, l’altra per un campionato caratterizzato da un’impressionante mediocrità. In mezzo alle due discese del Milan nel purgatorio calcistico, s’inserì la conquista della Mitropa Cup, trofeo ignorato nella bacheca di via Turati, perché conquistato nella settimana della seconda retrocessione. Nel libro di Taccone sfilano personaggi di un calcio non ancora fagocitato da un esasperato show-business o da esigenze televisive. C’è Franco Baresi, Fulvio Collovati, c’è lo scozzese Joe Jordan, detto ‹‹lo squalo››, primo straniero a vestire la casacca rossonera dopo la riapertura delle frontiere; ma soprattutto ci sono i tifosi fedeli, che in quelle stagioni da incubo seguirono la squadra con l’entusiasmo delle annate trionfali. Le vicende calcistiche di calciatori come Ruben Buriani e Roberto Antonelli s’intrecciano con quelle umane e private. E ancora gli allenatori: Massimo Giacomini - tecnico della pronta risalita in A, defenestrato senza complimenti a promozione raggiunta - e Gigi Radice che fallì clamorosamente nel campionato 1981-82.

sabato 23 maggio 2009

Disegni rossoneri



Maurizio Caviglia mi ha inviato - insieme a delle considerazioni fin troppo generose sui miei libri – diversi suoi disegni dedicati ad alcuni dei gol più significativi del Milan. Li ho trovati molto belli e, d’accordo con Maurizio, ho deciso di pubblicarli nel mio blog. Inizio con due reti segnate da quello che considero uno dei più grandi centravanti di tutti i tempi: Marco Van Basten…

sabato 16 maggio 2009

Eravamo in Centomila...con Luigi Bonizzoni

“Quando il Grande Scorer verrà per scrivere il mio nome, non scriverà se ho vinto o perso, ma come ho giocato la partita”.
Luigi Bonizzoni

Era soprannominato Cina per il particolare taglio d’occhi. Si chiama Luigi Bonizzoni ed è stato allenatore del Milan Campione d’Italia 1958-59 anche se la società rossonera, alla festa del Centenario, si è dimenticata di invitarlo. Lui ci è rimasto molto male, ma la figuraccia l’hanno fatta gli “smemorati” di via Turati, che non si sono neanche scusati per la dimenticanza. Come diceva Totò, “signori si nasce” e lui, Cina, “modestamente lo nacque”. Qualcun altro, invece, forse no.

Anche per rimediare, seppur molto parzialmente, al misfatto, è stato proprio Luigi Bonizzoni il vero protagonista dell’ultima presentazione di Eravamo in Centomila, che si è tenuta sabato 16 maggio, nella bellissima Villa Litta Modignani di Ossona, in provincia di Milano. Con Alberto Figliolia e Mauro Raimondi avevamo già conosciuto Bonizzoni durante una visita a casa sua in un caldo sabato di fine giugno 2007. Davanti a un vero e proprio tesoro di fotografie in bianco e nero, ci disse: “Ebbi la fortuna di assistere al provino di Rivera in rossonero: giocava con la stessa classe di Schiaffino, non si riuscivano neppure a distinguere i due quel giorno, e Rivera aveva appena 16 anni! Pioveva a dirotto quando lo provammo; eravamo a bordo del campo d’allenamento milanista, nei pressi di Linate. Al termine del provino Schiaffino mi disse subito di non farmelo scappare”.

Poi raccontò anche il suo primo incontro, a Mantova, con il difensore Karl Heinz Schnelinger. Il tedesco, che quando indossò la maglia rossonera fu presto soprannominato Volkswagen, con tono scherzoso si presentò con un latinegginate “Ego sum Schnellinger”; Cina, piacevolmente sorpreso, replicò prontamente in tedesco: “Ich bin Bonizzoni!”.

A Ossona Bonizzoni, felice, emozionato e commosso, ha presentato anche il suo libro Il futuro di ieri (quando il calcio è umanesimo) pubblicato per Albalibri, ricco di aforismi arguti e intelligenti. Eccone uno, riferito allo sport a cui ha dedicato la vita: “L’importante nel calcio è capire. Solo che si capisce sempre dopo”. E se è vero, come sostengo io, che il calcio in fondo è una metafora della vita…

Grazie di cuore, quindi, a Cina Bonizzoni per aver voluto essere presente, nonostante i novant’anni, alla sua/nostra presentazione e per aver dedicato un’intera vita al calcio con passione, onestà e intelligenza. Ed è un vero peccato la dimenticanza del Milan alla festa del Centenario: la memoria, anche nel calcio, è importante. Soprattutto quando si devono ricordare persone dello spessore umano e professionale di Bonizzoni, che così tanto avrebbero ancora da insegnare ai giovani d’oggi.

venerdì 8 maggio 2009

Gli eroi sono tutti giovani e belli

Pubblico con particolare piacere un racconto di Mauro Raimondi che ripercorre gli ultimi anni in cui, insieme ad Alberto Figliolia, abbiamo dedicato diverse serate e fine settimana a presentare i nostri libri nei posti più svariati: dalla rinomata libreria nel “salotto buono” della città a un vecchio mulino riadattato a centro culturale; dalla biblioteca comunale fino addirittura a un carcere, dove siamo stati invitati a portare un breve momento di svago. Tutti questi momenti sono stati contrassegnati soprattutto dal piacere di stare insieme e dall’amicizia, prima ancora che dalla “presentazione” in sé. In diverse di queste occasioni abbiamo avuto la fortuna di avere al nostro fianco qualche idolo della nostra infanzia, delle figurine Panini che si sono improvvisamente materializzate sotto i nostri occhi, pur con qualche capello grigio e delle rughe in più. Ogni volta è stata un’emozione. Ed è proprio di questo che ha scritto Mauro…

di Mauro Raimondi

Gli eroi sono tutti giovani e belli… già. Ma per un ragazzino, chi sono gli eroi, oggi? Chi erano, per due come noi (e come molti di voi) cresciuti tra la Bicocca, Prato Centenaro, Segnano e… San Siro? Una domanda dalla facile risposta: quegli undici con la “tua” maglia che ti fanno/facevano gioire o disperare con le loro prodezze e i loro errori, che ti proiettano/proiettavano in quel dramma completo che è una partita di calcio, come scriveva Gianni Brera. Dei veri compagni di vita, che hanno attraversato le nostre domeniche (o mercoledì), i nostri giorni.

Conoscerli adesso, “da grandi”, dopo decine di anni, per la presentazione di un libro o un’intervista, è veramente qualcosa di strano, di assolutamente particolare. Dopo avergli stretto la mano, infatti, la memoria ti riporta subito a quell’immagine che ne avevi da piccolo ed è come parlare con la figurina che avevi attaccato sull’album della Panini. E viene spontaneo chiederti se quella persona che ti sta davanti, con cui ora dialoghi da pari a pari, sia davvero quel giocatore che avevi tante volte osservato dagli spalti di San Siro. Sì, è lui. Incredibile, ma è così. E all’inizio sei impacciato, perché non è facile parlare ad un… Eroe. E’ un po’ come imbatterti in quelli che poi li hanno sostituiti, uomini assai differenti, perché ogni età ha “il campione” che più le si appropria (e ognuno ha l’idolo che si merita…). Ma poi, inevitabilmente, il ghiaccio si scioglie, anche perché ti accorgi dell’umanità, della normalità di chi ti è di fronte. Ecco, quello che abbiamo notato in tutti i giocatori degli anni ’50-’70 che abbiamo conosciuto, è la semplicità. I nostri (ex) Eroi sono persone normali, gente del popolo si potrebbe dire, di quel popolo che è esistito fino a qualche decennio fa e dal quale molti di loro provenivano.

Nessuno, e diciamo la verità, ci ha mai deluso. A cominciare da Benito Lorenzi “Veleno”, da poco scomparso, che alla veneranda età di ottant’anni, durante un incontro pubblico, vede entrare in sala una bella donna e ci dà di gomito dicendo se l’avevamo notata… Grande narratore di aneddoti, di storie (famosa quella del limone sotto la palla che fece sbagliare un rigore decisivo in un derby a Cucchiaroni), teneva banco come un attore. Esattamente come Giovanni Lodetti quando racconta di quella mattina in cui, ormai attaccate le scarpe al chiodo, si presentò al parco di Trenno per giocare. Guardato con una certa superiorità da dei ragazzotti, venne inserito quasi con compatimento in una delle sue squadrette salvo poi -ovviamente- stupire i giovinastri con i suoi tocchi, la sua visione di gioco... Stavano tutti a bocca aperta, osservando quel cinquantenne quasi pelato che li umiliava, e solo quando un passante li informò che quel signore -che avevano soprannominato “ceramica” per via della scritta sulla maglietta- aveva vinto Scudetto e Coppa Campioni, capirono il loro errore…

Una persona molto disponibile, Lodetti, come Sandro Mazzola, che ama parlare della “sua” Inter e delle sue imprese sempre con un tocco di umorismo che però diventa serietà e competenza se si osa sminuire il calcio degli anni ’60 di fronte all’attuale, più fisico e muscolare. “Adesso corrono i giocatori, noi facevamo correre la palla”, dice spesso Mazzola, assolutamente convinto che quell’Inter e quel Milan, con la loro tecnica, con la loro sapienza tattica, non perderebbero contro nessuna delle squadre del presente.

Un altro “Eroe” che partecipa volentieri a incontri e iniziative sul calcio è Pierino Prati, ennesima persona che pur avendo fatto la Storia del football italiano (imperdibili i suoi aneddoti sul ritorno della finale dell’Intercontinentale 1969 tra Estudiantes e Milan, da cui lui uscì con un trauma cranico…), non lo fa assolutamente pesare. Così come Mariolino Corso, l’autore di immortali “foglie morte”, tanto riservato da preferire restare tra il pubblico piuttosto di salire su un palco per commentare i racconti di un libro che lo vedeva in parte protagonista. Una grande modestia, la sua, che è un tratto di molti di questi interpreti di un calcio sicuramente più umano dell’attuale e che abbiamo ritrovato anche in Renato Cappellini, ala dell’Inter di Herrera in una stagione assai sfortunata, il 66-67, che vide i neroazzurri perdere in cinque giorni una finale di Coppa Campioni e un campionato già vinto. Ora vive a Soncino, in una bella villetta, e la sua stanza dei ricordi, con i suoi cimeli, fa venire i brividi. Al pari del sancta sanctorum di “Cina” Bonizzoni, allenatore del Milan campione d’Italia nel 1958-59, un vero filosofo del calcio (a cui il poeta e giornalista Alberto Figliolia ha dedicato un’intensa biografia: “Il futuro di ieri”), che volentieri racconta della gentilezza di Liedholm, degli scherzi di Altafini, di Moratti padre che incontratolo su un vagone ristorante, gli offrì la cena cercando inutilmente di convincerlo a passare all’Inter. Piccoli segreti, storie che fanno il Mito. Come quelle di Fabio Cudicini, che con la pacatezza dell’uomo d’affari (ora dirige un’azienda di moquettes) ti narra di quelle bottiglie di birra e di quei bulloni che cadevano dagli spalti dell’Old Trafford (ma gli inglesi non erano sportivi?) durante una semifinale di Coppa Campioni tra Manchester United e Milan. Uno di questi lo colpi, e il “Ragno Nero”, oggi impeccabile in giacca e cravatta, sorride riferendo di come Rocco gli fece dire dal medico sociale che non aveva nulla, che tutto andava bene, quando invece lui era appena rinvenuto da uno svenimento….

Proprio Nereo Rocco è uno degli indiscussi protagonisti dei racconti dei giocatori che l’hanno conosciuto. Uno di questi, Angelo Anquilletti, ci ha confermato il carattere burbero dell’allenatore triestino, il quale, dopo averlo ingiustamente rimproverato, una sera lo invitò a uscire con lui. Il difensore del Milan, in silenzio e con le mani in tasca, lo seguì qualche passo indietro fino ad un bar dove, però, non volle entrare. Almeno finché il Paròn non lo invitò: ad attenderlo, sul banco, c’erano due bicchieri di spumante. L’allenatore tracannò il suo e poi se ne andò senza profferir parola, lasciando uno stupito Anquilletti davanti al suo. Al rientro in ritiro, l’Angelo chiese a Bergamasco, il “secondo” di Rocco, il motivo di tale, strano, comportamento, e lui gli spiegò che quella era il modo di farsi perdonare da parte del grande Paròn.

Venendo a tempi più vicini, del Milan di Sacchi abbiamo conosciuto, tra gli altri, Pietro Paolo Virdis (che ha un negozio di vini in zona Paolo Sarpi) e Angelo Colombo, pedina fondamentale di quella squadra che vinse tutto. Trasferitosi a giocare per un certo periodo in Australia, molto attento al sociale, il biondo mediano riferisce sempre con grande naturalezza episodi di quel periodo, sia su quell’allenatore che “sentiva” (eccessivamente) il calcio sia su quegli olandesi a cui, secondo lui, vanno i meriti di quei successi, per la loro classe e per quella mentalità che riuscirono a trasmettere al gruppo. “Si andava sempre in campo per vincere”, dice Colombo, e mentre ci parla ci viene in mente un suo gol al Napoli di Maradona, un 4-1 che preannunciava quel sorpasso che regalò ai rossoneri lo scudetto 1988. Pensieri, ricordi, che inevitabilmente ci portano a chiedere chi eravamo, cosa stavamo facendo, in quel momento della nostra esistenza. Perché il calcio, per noi appassionati, non è solo uno sport, ma soprattutto un calendario della nostra vita.

(in alto, da sinistra, Mauro Raimondi, Alberto Figliolia, davideG e Fabio Cudicini, ex-portiere del Milan)

venerdì 1 maggio 2009

Eravamo in Centomila...e i premi

Eravamo in Centomila - Un secolo di derby sotto la Madonnina (Fratelli Frilli Editori) parteciperà alle prossime edizioni del Bancarella Sport e del Premio Letteratura del Coni. Incrociamo le dita...

sabato 25 aprile 2009

Neri per caso

A pochi giorni dai vergognosi cori razzisti di Torino contro il giocatore dell’Inter Mario Balotelli, ennesima conferma del degrado del calcio italiano, pubblico come risposta uno dei racconti del libro Centonovantesimi (Sep).

Nella foto in alto, insieme al sottoscritto e ad Alberto Figliolia, si può vedere Onorato Arisi (a sinistra), direttore del Museo Milaninter di San Siro, con in mano la maglia indossata nel film Fuga per la vittoria dal più grande calciatore di tutti i tempi: Pelè. Un giocatore di colore, appunto…

di Alberto Figliolia

Nome e cognome: Akeem Oluwashegun Omolade, nato il 4 marzo 1983 a Kaduna (Nigeria).
Professione: attaccante.
Sogno: sfondare nel mondo del calcio nel paese-Bengodi, l’Italia.
Incubo: essere fischiato da un coro-coacervo d’imbecilli, presunti tifosi, per il colore della propria pelle oppure vedere gente che abbandona lo stadio se si viene schierati dall’allenatore.
Proprio ciò che accadde nella tarda primavera del 2001, quando Akeem giocava nel Treviso e a Terni i sostenitori della sua squadra lasciarono le gradinate in forma di protesta verso Sandreani che aveva deciso di metterlo in campo. Che malessere interiore provò quel giorno il diciottenne Omolade? Che violenta offesa alla sua dignità di uomo? Che colpo gli fu inferto? Che ferita riportò? Sulla maglia aveva il numero 26 e desiderava rincorrere la sfera dei suoi sogni, come tanti coetanei del continente più bello e più devastato, culla dell’umanità. Su un verde manto segnato da linee bianche, il tetto del cielo con nuvole mobili e diverse, l’anima di chi si affaccia alla vita adulta. Ma un branco d’idioti voleva infrangere il suo universo di speranze.

Di sicuro la successiva settimana dei giocatori del Treviso fu travagliata, corrosa da pensieri cupi. E in loro andò maturando la coscienza che ormai bisognava fare qualcosa. Il limite era stato passato. Il dileggio di un essere umano è sempre vergogna, la piaga del razzismo da combattere con la forza della ragione. Allora, per affrontare la gara di campionato contro il Genoa, dagli spogliatoi uscirono calciatori con il volto dipinto di nero: l’idea e la risposta dei compagni di squadra di Omolade furono intelligenti, ironiche, divertenti, decisive. Un sorriso seppellì la stupida ottusità di un manipolo d’ignoranti in materia umana, scientifica, culturale e calcistica.

E anche Omolade giocò in quella partita, con il suo viso pitturato di nero da Dio (per chi ci crede) o dalla Natura (in fondo è lo stesso). Il cuore dell’uomo ha un solo colore e l’arcobaleno è di tutti i colori. E segnò un gol di testa, Akeem. Un sogno avverato. La rivincita della ragione e del sentimento.

Il Treviso retrocesse egualmente dal purgatorio della serie B all’inferno della C (altri in realtà sono gli inferni della Terra: per esempio, i villaggi umani ai bordi delle discariche dove bambini neri giocano a piedi nudi nella terra secca o nel fango di miasmi, mentre l’AIDS falcia le famiglie), però i suoi atleti si ritrovarono persino in prima pagina sul New York Times. Omolade nella sua ancor breve carriera si trasferì, poi, al Torino -con cui esordì nella massima divisione - e al Novara, continuando a credere nella bellezza del calcio e nella fraternità che esso può sviluppare, nel rispetto dei compagni e degli avversari, nel rispetto di sé e degli altri da sé.

Akeem è il nome di un altro grande sportivo nigeriano, Akeem Olajuwon, detto The Dream, Il Sogno, partito dalla Nigeria per diventare uno dei più grandi cestisti di tutti i tempi, vincendo con la franchigia degli Houston Rockets due titoli NBA. Anche Olajuwon amava da ragazzino giocare a football, salvo poi scegliere il basket. E ha segnato la via per tanti giovanissimi nigeriani, che hanno abbandonato la loro patria per cercare fortuna altrove. Qualche volta imbattendosi in superidioti, come quella sparuta minoranza di trogloditi capaci di fare Buuu negli stadi all’indirizzo di giocatori di colore o ebrei o d’altra etnia. E in questo, purtroppo, tutto il mondo -ahinoi!- è paese.

Certo, viviamo in un’Italia dove alcuni affermano che affonderebbero a cannonate le carrette del mare dei disperati che fuggono da guerra, fame e genocidio. Molti nostri connazionali, ormai privi di memoria, sono affetti dal triste e tristo morbo della xenofobia: niente male per un popolo i cui antenati sono stati migranti in ogni dove del pianeta per sfuggire il delirio dell’indigenza, oggetto, sovente, di pogrom e pregiudizi d’ogni sorta.

Ma il Veneto è una regione meravigliosa, che trasuda storia e cultura. Le ville del Palladio, la magia di Venezia, le piazze senza tempo di Padova e Verona. Come si concilia tutta questa bellezza con la bruttura morale di alcuni, a volte ingiustamente tollerata se non giustificata? E Treviso è una città fatta di gente civilissima, un gioiello di calma e di savoir vivre, un luogo di stupenda architettura. Una capitale dello sport, anche: rugby, basket e volley hanno spesso spadroneggiato vincendo campionati italiani e coppe internazionali (mens sana in corpore sano...).

Sì, questa cittadina non meritava di essere conosciuta soltanto per lo squallore d’alcuni. Per fortuna a rimettere le cose un po’ a posto ci hanno pensato quei calciatori con i visi dipinti di nero e gli applausi al loro indirizzo del pubblico dello stadio Tenni di Treviso. Mentre Omolade, adesso, continua a inseguire i suoi sogni. Come innumerevoli ragazzini d’Africa.

domenica 19 aprile 2009

Il fascino del badminton


In Italia, si sa, il calcio la fa da padrone. E lascia agli altri sport poco spazio. Questo vale a maggior ragione per le discipline cosiddette “minori”, che non hanno molte possibilità per farsi conoscere dal grande pubblico. È il caso del badminton, gioco ricco di fascino basato soprattutto su velocità e tecnica. Da noi è giocato ancora da un ristretto numero di appassionati, ma pochi sanno che, oltre a essere disciplina olimpica, è il terzo sport più praticato al mondo. È, infatti, molto diffuso in tutta l’Asia e nel Nord Europa, dove riempie i palazzetti per la sua notevole spettacolarità. Basti pensare che i migliori imprimono al volano una velocità di ben 320 chilometri orari, circa il triplo di una pallina da tennis.

Anche in Italia, però, i giocatori iniziano ad aumentare, grazie all'insegnamento in alcune scuole e alle iniziative della Federazione Italiana Badminton, che da poche settimane ha realizzato a Milano il bellissimo Palabadminton, una struttura dedicata solo a questo gioco situata vicino al campo sportivo XXV Aprile.

Nei giorni scorsi, qui si sono svolti prima i Campionati Europei Juniores e successivamente i Campionati Italiani Over, a cui ho partecipato anch’io. Come è andata? Piuttosto bene: nel doppio maschile Over 40 mi sono classificato al secondo posto in coppia con Stefan Kantioler, mentre sono arrivato quinto sia nel singolo sia nel doppio misto (con Sandra Gargano). L’ultima volta - due anni fa a Lierna, in provincia di Lecco - avevo invece vinto due medaglie di bronzo nel doppio maschile e nel doppio misto. Ma al di là del risultato, quello che conta è stato il divertimento e l’opportunità di trascorrere un bel fine settimana all’insegna dello sport. Quello vero, sano, “pulito”, lontano anni luce dalle esasperazioni di ogni genere a cui il caro e vecchio calcio ci ha purtroppo ormai abituati negli ultimi anni.

Per informazioni sul badminton:
www.badminton-italia.com

Per giocare a badminton a Milano:
www.quindicizero.it

Guarda uno scambio di gioco: Badminton - What a Rally! -...

venerdì 3 aprile 2009

Eravamo in Centomila...al Milan Club Nereo Rocco

Il presidente del Milan Club Nereo Rocco, Giancarlo Pontiggia, è un apprezzato poeta e critico letterario. Nel 1988, ha vinto anche il Premio Internazionale Eugenio Montale. E scusate se è poco. E’ stato lui ad accoglierci in occasione della presentazione di Eravamo in CentomilaUn secolo di derby sotto la Madonnina (Fratelli Frilli Editori) che si è tenuta martedì 31 marzo, in un ristorante di Milano, in zona Bande Nere.

Considerato che il Milan Club è dedicato a Rocco, il discorso è inevitabilmente presto scivolato sul Paròn. E in occasione del trentennale della sua morte, è stato letto anche un pezzo del grande Gianni Brera, che così lo ricordò il giorno degli ultimi saluti: “È morto Nereo Rocco e io non debbo nemmeno pensare di poter piangere. È un diritto, ahimè, che non mi appartiene. Tanto più sarò suo amico, quanto meglio riuscirò a ricordarmi di lui senza frapporre l’amicizia fra me e il mio lavoro insolente. ‘Prepara il coccodrillo’, mi era stato ordinato con presago cinismo. ‘Un’ostia!’, avevo ruggito, con la sua stessa voce. Io so che è già morto, ma voi non lo dovete sapere: voi dovete aspettare, maledetti, che lo sappiano tutti. Allora mi metterò nel carrello e saprò battere i polpastrelli senza il minimo groppo in gola. Ho sott’occhio un cartoncino per auguri di Capodanno 78/79 con stampati i nomi di Nereo e Maria Rocco. La calligrafia piccola e slegata di uno che è stato a scuola, ma che ha la mano troppo tozza per tenere la penna con disinvoltura: ‘Gioannin carissimo, contraccambio i tuoi auguri e brindo alle tue fortune, purtroppo con l’acqua Fiuggi. Nereo’. Non so di grafologia e ancor meno di acqua Fiuggi. Ma questo suo biglietto era un testamento e l’ho recepito con dolorosa rabbia. Ho capito che Nereo era morto e che del suo stesso male potrei morire anch’io, e ho la sfacciata onestà di ammettere che non sapevo se fosse più il dolore o la paura a farmi piangere”.

Desidero rivolgere un ringraziamento particolare a Maria Luisa - segretaria del club - per la perfetta organizzazione della serata, e a Giovanni Lodetti che, impossibilitato a partecipare per precedenti impegni, ha voluto comunque essere presente con una telefonata di saluto, che ci ha fatto molto piacere.

Il prossimo appuntamento con Eravamo in Centomila è in programma sabato 16 maggio, alle ore 17,30, alla Villa Litta Modignani di Ossona (Milano). Interverrà Luigi Bonizzoni, detto Cina, allenatore del Milan campione d’Italia nella stagione 1958/59.

(nella foto in alto, Gianni Brera e Nereo Rocco)

sabato 21 marzo 2009

Eravamo in Centomila...a Muggiano

Una presentazione di Eravamo in Centomila anomala, quella che si è tenuta venerdì 20 marzo al Cafè K2 di Muggiano, nell’estrema periferia milanese. “Orfano” degli amici di penna, Alberto e Mauro, colpiti dall’influenza, ho sostenuto da solo una lunga e piacevole chiacchierata tra i tavolini di un bar ricordando giocatori, partite, episodi. E maestri di giornalismo come il grande Gianni Brera, fine scrittore e cantore di un calcio che non c’è più, di cui non apprezzavo un solo aspetto: la sterile polemica nei confronti di quello che definiva, molto ingenerosamente, l’Abatino. Come tutti ricorderanno si tratta di Gianni Rivera, il Golden Boy, il più grande giocatore italiano del dopoguerra - oltre che mio idolo d’infanzia - a cui ho dedicato anche uno dei racconti di Eravamo in Centomila.

Ospite dell’incontro di Muggiano è stato Moreno Frigerio, arbitro di serie A per oltre dieci anni. Per l’organizzazione della bella serata ringrazio l’Associazione Culturale Il Rile, che pubblica anche l’omonimo mensile. Il prossimo appuntamento con Eravamo in Centomila è martedì 31 marzo, in occasione della cena sociale del Milan Club Nereo Rocco.

(nella foto in alto, Gianni Rivera e Mario Corso in un derby dei primi anni Settanta)

sabato 14 marzo 2009

Eravamo in Centomila...a Quinto Romano

Musica dei Pink Floyd in sottofondo e immagini di derby lontani, spesso in bianco e nero. E’ iniziata con una sorpresa suggestiva – merito di Matteo, che ha organizzato l’incontro – l’ennesima presentazione di Eravamo in Centomila, che si è svolta sabato 14 marzo alla Cooperativa Nuove Risorse di Quinto Romano, nell’estrema periferia di Milano. Nella sala, in cui era stato allestito anche un angolo di memorabilia rossonerazzurri, un pubblico molto partecipe e interessato, che ha contribuito a fare volare un’ora e mezza tra ricordi di grandi giocatori protagonisti dei derby: da Meazza a Liedholm, da Rivera a Mazzola, da Van Basten a Matteheus, fino ad arrivare ai giorni nostri con Kakà e Ibrahimovic. Con alcuni aneddoti divertenti, come il famoso limone sistemato da Benito Lorenzi sotto il pallone di Ernesto “Tito” Cucchiaroni, per fargli sbagliare il calcio di rigore. E al termine della presentazione, foto ricordo, dediche e scambi di opinioni.

La prossima presentazione di Eravamo in Centomila del “tridente” Figliolia-Grassi-Raimondi è in programma venerdì 20 marzo, alle ore 21, al Cafè K2 di via Mosca, 180 a Muggiano, sempre nella periferia milanese.

(nella foto in alto, il famoso gol di Mark Hateley, detto Attila, in occasione del derby Milan-Inter 2-1 del 1984)

venerdì 6 marzo 2009

Eravamo in Centomila...sui quotidiani

“Un libro pieno di sana nostalgia, dato alle stampe da un tridente finemente letterario”. Così il giornalista Massimiliano Castellani ha descritto Eravamo in Centomila – Un secolo di derby sotto la Madonnina, in una recensione pubblicata dal quotidiano Avvenire. E per queste sue belle parole desidero ringraziarlo, a nome di tutto il “tridente”…

sabato 28 febbraio 2009

Eravamo in Centomila...in biblioteca

E’ stato Sergio Giuntini, storico dello sport, l’ospite della presentazione di Eravamo in Centomila – Un secolo di derby sotto la Madonnina (Fratelli Frilli Editori) che si è tenuta sabato 28 febbraio, alla Biblioteca di Baggio (Milano). Nel suo intervento, Giuntini ha ripercorso le storie dei derby, anche stranieri, con le loro implicazioni sociali, culturali, politiche e perfino religiose. E’ noto, ad esempio, che il derby di Glasgow divida la città scozzese tra cattolici (i tifosi del Celtic) e protestanti (i sostenitori dei Rangers).

Del collaudato trio di autori del libro - assente giustificato Mauro Raimondi - Alberto Figliolia ha rievocato curiosi episodi di derby ormai persi nella notte dei tempi, mentre il sottoscritto si è soffermato soprattutto sulla figura di Nereo Rocco, el Paròn, a 30 anni dalla sua morte. Il tutto con un pizzico di nostalgia per il calcio di una volta, molto più umano e ricco di fascino rispetto a quello di oggi, che ha ormai perso la sua anima.

La prossima presentazione di Eravamo in Centomila è in programma sabato 14 marzo, a Quinto Romano (Milano).

sabato 21 febbraio 2009

Eravamo in Centomila...alla Rizzoli

Ricordi, aneddoti, battute: un modo di raccontare il calcio diverso, alternativo a quello esasperato e sguaiato che oggi, purtroppo, imperversa sulle televisioni. Si è svolto in un clima particolarmente “leggero” e piacevole la presentazione di Eravamo in Centomila – Un secolo di derby sotto la Madonnina, che si è tenuta sabato 21 febbraio, nel “salotto” di Milano: la libreria Rizzoli di Galleria Vittorio Emanuele.

Oltre al sottoscritto, Mauro e Alberto, ha partecipato all’incontro il poeta Tomaso Kemeny, che ha raccontato alcune aneddoti curiosi, come di quando si ritrovò, per caso, a tavola con il Milan di Nereo Rocco, proprio di fronte a Josè Altafini. Non ha potuto essere presente, invece, lo scrittore e sociologo Nando dalla Chiesa, a causa di un impegno improvviso che l’ha costretto a partire per Roma.

La prossima presentazione di Eravamo in Centomila è in programma sabato 28 febbraio, alle ore 16, alla Biblioteca di Baggio (via Pistoia, 10).

venerdì 20 febbraio 2009

Il Paròn e le memorie rossonere

Il Paròn, come era soprannominato Nereo Rocco, ci ha lasciati 30 anni fa, ma la sua leggenda di allenatore unico per la capacità di interpretare gli umori dello spogliatoio, e di uomo spontaneo e schietto, continua a vivere. Indimenticabili le sue battute in dialetto triestino. Come quella volta, che così apostrofò l'attaccante brasiliano del Milan Amarildo - soprannominato El garoto (il ragazzo) - che si faceva spesso espellere dal campo. "El garoto...el ga roto i cojon!". E così rimproverava i suoi giocatori, protagonisti di partite deludenti: "Testa de gran casso ti e chi t'ha fato zògar...".
Anche per celebrare Rocco, e quel calcio che oggi (purtroppo) non c'è più, l'amico Sergio Taccone ha aperto il bel blog Amarcord Milan, memorie rossonere, che vi invito a visitare. Magari sorseggiando, come farebbe il buon Nereo, un bicchiere di vino rosso...

Eravamo in Centomila...sui giornali

Nei giorni precedenti Inter-Milan, diversi giornali hanno colto l’occasione per recensire Eravamo in Centomila – Un secolo di derby sotto la Madonnina. Tra i tanti, la Repubblica e la Gazzetta dello Sport, di cui potete leggere sopra gli articoli.

sabato 14 febbraio 2009

Eravamo in Centomila...con Anquilletti

Lo chiamavano Anguilla, soprannome che deriva da una storpiatura affettuosa del suo cognome. E’ Angelo Anquiletti, terzino del Milan, protagonista di undici stagioni in rossonero a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta. Con la maglia del Diavolo ha vinto tutto: scudetto, Coppa dei Campioni, Coppa Intercontinentale, Coppa delle Coppe.

E’ stato lui il protagonista dell’ennesima presentazione di Eravamo in Centomila – Un secolo di derby sotto la Madonnina (Fratelli Frilli Editori), che si è tenuta oggi nella sede dell’Inter Club Carugate. Anquilletti, una vera e propria miniera di ricordi, si è alternato nei racconti dei derby insieme al sottoscritto e agli inseparabili Alberto e Mauro. Un grazie particolare a Corrado, per la perfetta organizzazione, e al presidente dell’Inter Club Carugate, per la simpatica ospitalità.

Il prossimo appuntamento con Eravamo in Centomila è sabato 21 febbraio, alle ore 16, nel “salotto” di Milano: la Libreria Rizzoli di Galleria Vittorio Emanuele. Interverranno lo scrittore e sociologo Nando dalla Chiesa e il poeta Tomaso Kemeny.

(nella foto in alto - scattata da Gabriele Grassi - Anquilletti è il terzo da sinistra)

sabato 31 gennaio 2009

Eravamo in Centomila...alla Mondadori



Sono stati Giovanni Lodetti, centrocampista del Milan degli anni ’60, e Sandro Gamba, ex-allenatore della Nazionale italiana di basket (nonché tifoso rossonero), gli ospiti della presentazione di Eravamo in Centomila – Un secolo di derby sotto la Madonnina (Fratelli Frilli Editori), che si è tenuta sabato 31 gennaio, al Mondadori Multicenter di via Marghera, a Milano. A condurre la presentazione uno dei più acuti e intelligenti giornalisti sportivi: Massimilano Castellani di Avvenire.

La serata è trascorsa piacevolmente tra aneddoti, ricordi, curiosità, nel tentativo di raccontare lo sport in un modo diverso. E con raffronti tra il calcio di una volta, senz’altro molto più ricco di valori e umanità, e quello di oggi. Tra gli ospiti in sala, la figlia del grande Giuseppe Meazza, Zina Smerzy (figlia dell’ex-portiere dell’Inter) e la scrittrice Curzia Ferrari.

La prossima presentazione del trio Grassi-Figliolia-Raimondi di Eravamo in Centomila – Un secolo di derby sotto la Madonnina, è in programma sabato 14 febbraio, alle ore 18, alla Biblioteca Civica di Carugate (Milano).


sabato 24 gennaio 2009

Eravamo in Centomila...in libreria

Proseguono le presentazioni di Eravamo in centomilaUn secolo di derby sotto la Madonnina (Fratelli Frilli Editori), il libro che ho da poco pubblicato insieme agli amici Alberto Figliolia e Mauro Raimondi. Questo è il calendario degli appuntamenti delle prossime settimane:

- sabato 31 gennaio, ore 17,30, Mondadori Multicenter di via Marghera (Milano). Interverranno Giovanni Lodetti (ex-giocatore del Milan), Sandro Gamba (ex-allenatore della Nazionale di basket) e altri ospiti a sorpresa. Modererà l’incontro Massimiliano Castellani, giornalista sportivo dell’Avvenire;

- sabato 14 febbraio, ore 18, Biblioteca Civica di Carugate (Milano);

- sabato 21 febbraio, ore 16, Libreria Rizzoli - Galleria Vittorio Emanuele (Milano). Interverrà lo scrittore e sociologo Nando dalla Chiesa;

- sabato 28 febbraio, ore 16, Biblioteca di via Pistoia - Baggio (Milano). Interverrà il poeta Maurizio Cucchi.

Vi aspetto.

sabato 17 gennaio 2009

Blues rossonero

Nei giorni scorsi, ho ricevuto con piacere dal noto bluesman Fabio Treves, il messaggio che potete leggere sotto. Ho conosciuto Fabio nel 2003, quando con Andrea Scanzi ho curato l'antologia Rossoneri comunque (Limina) a cui hanno partecipato, tra gli altri, Gianni Rivera, Enzo Jannacci, Franz Di Cioccio, Arrigo Sacchi, Giovanni Lodetti, i comici Franz (per una volta senza Ale) e Gaspare (per una volta senza Zuzzurro), i giornalisti Leonardo Coen, Umberto Nigri, Gian Luigi Paracchini, Alessandra Bocci, gli scrittori Giulio Nascimbeni, Mauro Raimondi e tanti altri ancora.

Grazie della tua attenzione e simpatia, Fabio.

Ciao carissimo, ho finito adesso di leggere il tuo ultimo libro...bello davvero. Spero di incontrarti quanto prima magari ad un bel concerto di BLUES!
Un abbraccio rossonero...Auguri per un 2009 di Peace, Love and Music!
Fabio Treves

http://www.trevesbluesband.com/

(nella foto in alto, da sinistra, Fabio Treves, Franz Di Cioccio della PFM, Andrea Scanzi e davideG nel 2003, in occasione della presentazione di Rossoneri comunque alla Libreria Feltrinelli di Milano)

sabato 10 gennaio 2009

Eravamo in Centomila...alla radio

Radio Hinterland, che trasmette sulla frequenza FM 94.600, nei giorni scorsi ha parlato diffusamente di Eravamo in Centomila - Un secolo di derby sotto la Madonnina (Fratelli Frilli Editori), il libro che ho da poco pubblicato con Alberto Figliolia e Mauro Raimondi.
L'occasione è stata un'intervista ad Alberto, che potete ascoltare a questo link http://www.rhprogrammi.com/figliolia/intervista.html

lunedì 5 gennaio 2009

Lo Squalo e Fever Pitch

"Joe Jordan, lo Squalo scozzese, quando giocava si toglieva gli incisivi per esibire un sorriso terrificante. Squalo in campo, ma gentiluomo fuori. Avrebbe potuto recitare nel film di Ken Loach che porta proprio il suo nome: My name is Joe. Sarebbe stato perfetto nella parte dell’allenatore che tenta di allontanare gli amici dalla droga e dal disagio sociale insegnando come si colpisce la palla di testa".

Questo estratto dal mio penultimo libro Rossoneri - Il manuale del perfetto casciavit (Fratelli Frilli Editori) è un breve ritratto di Joe Jordan, centravanti del Milan dei primi anni Ottanta. Lo Squalo, come era soprannominato, ha giocato a Milano in uno dei periodi più bui della storia rossonera, ma ancora oggi è ricordato e amato da molti. Lo dimostra il fatto che a lui è dedicato un sito, che vi segnalo:

E visto che siamo in tema di calciatori britannici, vi invito a visitare il bellissimo sito http://www.oldbritishfootball.com/, ricco di fotografie e storie dedicate agli anni migliori del calcio d'oltre Manica, da sempre uno dei più affascinanti del mondo. Da oldbritishfootball.com, tra l'altro, è possibile scaricare gratuitamente la fanzine Fever Pitch - Storia e storie di calcio e cultura britannica - con articoli dedicati ai Beatles, alla storia dei Queen's Park Rangers e, soprattutto, a un genio (e sregolatezza) del pallone scomparso poco più di tre anni fa, di cui tutti sentono la mancanza: George Best...

(nella foto, Joe Jordan nella sua prima stagione rossonera)

sabato 27 dicembre 2008

Magliarossonera

Un sito completamente dedicato al Milan con foto, notizie, curiosità, memorabilia. Si chiama magliarossonera.it ed è una vera e propria enciclopedia on line che contiene ogni genere di informazioni sul Diavolo, dagli albori - con il fondatore Herbert Kilpin - fino a oggi. In questo contesto, non poteva certo mancare una sezione dedicata alla bibliografia milanista in cui il gestore del sito - Colombo Labate, che ringrazio della cortesia - ha inserito anche i miei libri: da Inter? No, grazie! a Rossoneri comunque, da Rossoneri - Il manuale del perfetto casciavit, fino a Eravamo in Centomila - Un secolo di derby sotto la Madonnina, scritto con Alberto Figliolia e Mauro Raimondi.
Se volete fare un "viaggio virtuale" nella storia milanista, visitate www.magliarossonera.it

(nella foto, davideG e Pierino Prati, ex-maglia rossonera, durante la presentazione di Inter? No, grazie!, nel 2003)

sabato 20 dicembre 2008

La Littorina della Brianza

Lo chiamavano la Littorina della Brianza, per la sue notevoli doti agonistiche. Correva infatti per 90 minuti infaticabile, inesauribile. E’ Angelo Colombo, centrocampista del Milan di Sacchi, che con Alberto Figliolia e Mauro Raimondi abbiamo invitato a pranzo sabato scorso per ringraziarlo della prefazione al nostro libro Eravamo in CentomilaUn secolo di derby sotto la Madonnina (Fratelli Frilli Editori). Cornice dell’incontro l’ottimo ristorante indiano-nepalese Namastè, che non a caso si trova proprio in zona San Siro…

In tre ore a tavola, trascorse fin troppo rapidamente, Angelo ha raccontato, tra l’altro, dell’emozione prima della finale Milan-Steaua a Barcellona e dell’esperienza a fine carriera in Australia; del tormentato rapporto con Arrigo Sacchi e della bella amicizia con Franco Baresi, fino ad arrivare ai suoi progetti di oggi come istruttore tecnico-sportivo all’estero. Una persona molto piacevole, Colombo, che ha sottolineato spesso l’importanza dell’etica nello sport, ma anche nella vita di tutti i giorni.

La fotografia scattata insieme a lui al ristorante è la “cartolina” con cui formulo a tutti i visitatori del davideGbloG i migliori auguri di buon Natale e felice anno nuovo. L’appuntamento è nel 2009, che già si preannuncia con un ricco calendario di presentazioni di Eravamo in Centomila su cui vi informerò presto.

Nel frattempo, buone feste a tutti.

(nella foto, Mauro Raimondi, Angelo Colombo, davideG, il proprietario del ristorante Namastè e Alberto Figliolia)

sabato 13 dicembre 2008

Un Angelo nel pallone

Dopo la prefazione a Eravamo in Centomila del nerazzurro Gianfelice Facchetti è ora la volta di quella del rossonero Angelo Colombo, ex-centrocampista del Milan di Sacchi.

di Angelo Colombo

Ho letto con entusiasmo e interesse il libro scritto a sei mani da Alberto Figliolia, Davide Grassi e Mauro Raimondi: Eravamo in centomila. Un secolo di derby sotto la Madonnina, un testo che sicuramente si farà apprezzare dal pubblico sportivo, e non, della città milanese.

Scorrendo le pagine ho visto non solo la storia del calcio di Milano, ma anche la storia della città. Le citazioni in dialetto milanese, il richiamo ai diversi campi di gioco sparsi qua e là nel reticolo delle vie, ma anche i “soprannomi” dei vari giocatori delle due squadre, oltre agli eventi che ne hanno sancito la divisione storica, mi hanno molto colpito. Credo dovrebbero essere fonte di conoscenza da parte di quel “tifo” composto di giovani che, proprio per la loro età anagrafica, non hanno ancora avuto la fortuna di conoscere in profondità la storia delle squadre milanesi, le quali, ancora oggi, infiammano i cuori generosi e sempre disponibili dei cittadini di Milano.

Noi sappiamo che gli italiani sono un “popolo di allenatori”, come sosteneva un grande giornalista sportivo, ed è altrettanto vero che gli italiani, e i milanesi in particolare, sono grandemente ancorati all’evento sportivo e lo vivono nel profondo. Per tutti noi il derby è sempre “qualcosa in più” e libera nei muscoli dei calciatori e nelle voci degli appassionati i sentimenti più vivaci e nascosti, che prendono forma al momento dell’inizio della partita.

Leggendo il libro ho molto apprezzato l’intensità con cui sono descritti gli eventi dei derby. Tutto ciò ha risvegliato in me i flashback più belli della mia carriera di calciatore, ma anche tante scene e volti di personaggi con cui ho avuto la fortuna di vivere i vari momenti preparativi alle stracittadine. È proprio dei ritiri pre-partita che ho il vivo ricordo di quanto fosse importante per ognuno di noi entrare in campo concentrati e preparati, non solo per vincere ma anche per dare un degno spettacolo in quel campo bellissimo che è San Siro, La Scala del calcio.

Il terreno di gioco ti trasmetteva quel sano agonismo che ti faceva capire quanto fosse importante essere lì in quel momento e dare il meglio di se stessi, perché non solo la squadra, ma anche tutta la società e i tifosi potessero gioire della vittoria e della giornata che si concludeva felicemente, promettendo una sana settimana all’insegna degli “sfottò” simpatici agli amici appartenenti alla squadra avversaria perdente.

Proprio l’immagine dell’“umanità” del testo mi piacerebbe che rimanesse, per quanto possibile, nel cuore del lettore come il “gusto” e il significato profondo della storia dei derby, che continueranno a rallegrare, o rattristare, il cuore dei tifosi. Sì, l’umanità.

Il calciatore non è un eroe o un mito, ma una persona. Un essere umano al quale è stato concesso un dono e ha avuto la passione di coltivarlo. La passione della pazienza e del sacrificio. La voglia di condividere il dono con tanti altri che ne hanno avuto uno uguale. I doni poi sono messi insieme e coordinati da un allenatore che ha il compito di renderli armonici all’interno della squadra, come un direttore d’orchestra rende i diversi strumenti suonati da persone diverse una dolce melodia da ascoltare. Così è il calcio. Una sinfonia di doti atletiche, sportive, tecniche, muscolari e umane. Uno sport che appassiona. Un momento di gioia per chiunque partecipi. Una giornata di crescita collettiva e condivisione di quanto, ciascuno a diverso titolo, può offrire nelle due ore di serenità e partecipazione umana qual è l’evento calcistico. Ecco perché la violenza e le altre fonti inquinanti non si addicono allo sport in generale e al calcio in particolare.

Grazie, infine, agli autori del testo perché ci hanno consegnato uno strumento prezioso di conoscenza, ma anche di riflessione, affinché ogni tifoso della propria maglia di appartenenza (nerazzurra o rossonera) possa comprendere il significato dell’essere “supporter”. Non si dimentichi, in conclusione, il valore del simbolo milanese annunciato dal sottotitolo del libro: la Madonnina, cui tutti alzano lo sguardo, chiedendo protezione e sostegno, noncuranti dell’appartenenza al Biscione o al Diavolo, ma certi che la Grazia della vittoria sarà concessa a chi, nello stadio dedicato al Santo Siro, esprimerà non solo il gioco migliore, ma anche doti di umanità e collaborazione alla gioia di tutti.
Buona lettura.

(nella foto, Angelo Colombo e davideG)

sabato 6 dicembre 2008

Vite in punta di dito

Il Subbuteo è un gioco? No, è più corretto definirlo un collante generazionale, che ha fatto sognare e divertire i ragazzi cresciuti negli anni Settanta e Ottanta. Lo sostiene, a ragione, Luca Ferrato, che ha curato il libro Vite in punta di dito (Boogaloo Publishing) composto da undici racconti, lo stesso numero dei giocatori che compongono una squadra di calcio e, quindi, anche di Subbuteo.

Molte delle storie del libro hanno un filo conduttore comune: si inizia con il ricordo della “scoperta” del Subbuteo, con un pizzico di nostalgia per il periodo dell’infanzia, caratterizzato da intere giornate trascorse “in punta di dito” sul magico tappeto verde smeraldo. Arriva poi con la crescita l’inevitabile fase del distacco, l’abbandono dell’aspetto ludico della vita, sostituito da nuovi interessi: in primis, le ragazze... Il terzo momento giunge a distanza di decenni quando, da insospettabili padri di famiglia, si va più o meno casualmente alla ricerca delle proprie squadre, nascoste in mezzo alla polvere in cantina, per ritrovare con sorpresa inalterato tutto l’entusiasmo di una volta. Perché il Subbuteo è un po’ come la macchina del tempo: il suo tappeto verde e le sue inimitabili miniature colorate fanno ritornare improvvisamente ragazzini. Anche se magari si hanno più di 40 anni e mille problemi da risolvere ogni giorno.

Tra gli undici racconti del libro, tutti godibili, vanno ricordati perlomeno quelli di Luigi Bolognini, giornalista della Repubblica, Dante Cavalli e del simpaticissimo Claudio Bruno, autore anche della bella foto in copertina.

“Ma quel ragazzo che hai dentro tu non devi farlo crescere mai…”, cantava la PFM qualche anno fa. E, per seguire il consiglio della Premiata, cosa c’è di meglio di una partita a Subbuteo?

Per acquistare il libro on line http://viteinpuntadidito.wordpress.com/
Per i "nostalgici" del Subbuteo http://www.oldsubbuteo.it/
Per giocare a Subbuteo a Milano http://www.oscmilanosud.blogspot.com/

sabato 29 novembre 2008

Milàn col coeur in man

Questa volta il blog ospita un testo scritto da Gianfelice Facchetti, figlio di Giacinto, ex-bandiera dell’Inter. Si tratta di una delle due prefazioni a Eravamo in Centomila (Fratelli Frilli Editori) il libro della “premiata ditta” Grassi-Figliolia-Raimondi uscito da poche settimane. Il pezzo di Facchetti è una sorta di inno al “calcio che non c’è più”, alla sua poesia smarrita. E’ singolare il fatto che sia stato scritto da qualcuno che quel periodo non l’ha vissuto in prima persona ma che, a quanto pare, ha fatto tesoro dei racconti del padre...
di Gianfelice Facchetti
“Derby” a Milano, lo scriverei così, tra virgolette nerazzurre da una parte e rossonere dall’altra.
Chiudo gli occhi e cerco fotogrammi stracittadini: in una domenica di nebbia vedo San Siro a due anelli, le squadre schierate e la voce storica che chiama all’appello, tra tanti volti, Sarti, Burgnich, Corso, Pelagalli, Lodetti, Trapattoni, e via così, sulle note di un boogie che segnava un’epoca. Un’altra Milano, forse, un’altra Italia?

Io non c’ero, me l’hanno raccontata la favola di Milàn col coeur in man e lo chiedererei ai Bedin, ai Domenghini, agli Altafini, alle facce di allora, quando per Gianni Brera avevamo “diritto di inorgoglirci per la città. In nessuna parte del mondo sarebbe possibile oggi allestire un incontro così alto di tono".

Correva l’anno 1965, in campo non giocavano santi ma uomini, avversari sempre e di gusto, nemici credo quasi mai. Era un’altra l’etica della sfida, un gioco in cui i rossoneri erano la misura della forza dei nerazzurri e viceversa, così semplice da essere difficile da spiegare. Intorno, altra cornice, altra maniera di sfottere, di incazzarsi. Dove sei bar sport?

Il passato resta lì, indifferente, immortalato in una partita di calcio chiamata derby attraverso una foto in bianco e nero che lascia immaginare più di quel che si pensi…basta guardare gli occhi di quella gente e coglierne la bellezza, la differenza. E noi? Noi non rimpiangiamo, non c’eravamo; se qualcosa c’è stato non eravamo ancora nati, ma il racconto ci ha aperto un dubbio: e se il derby più bello dovesse ancora venire? Io, il mio, lo ascolterò alla radio dalla voce di Nando Martellini, senza anticipo né posticipo, arbitro Lo Bello di Siracusa, in campo eroi in pasta d’uomo di tanti anni di storia. Mi raccomando solo una cosa, che qualcuno inviti il signor Rivera; è da troppo tempo che non si vede a San Siro!

sabato 22 novembre 2008

Lineadiconfine

Per la “prima”, l’uscita d’esordio di Eravamo in Centomila, abbiamo volutamente scelto, sabato 15 novembre, una piccola libreria di periferia dal nome emblematico: Lineadiconfine, in quel di Baggio. E’ qui che Tiziana è riuscita a ricreare una libreria “come quelle di una volta” dove ci si incontra, si discute, ci si fa consigliare. Un piccolo “miracolo” che riesce a resistere agli assalti di una concorrenza sempre più agguerrita grazie a caratteristiche ormai rare: competenza, cortesia, qualità, attenzione al cliente, che spesso diventa anche un amico.

Come al solito, ci siamo quindi trovati subito a nostro agio io, Alberto e Mauro nel “salotto” di Lineadiconfine di fronte a volti conosciuti e non, tutti accomunati dalla stessa passione. Un’ora è volata via rapidamente tra storie e aneddoti rossonerazzurri, che hanno ripercorso un secolo di derby milanesi. E al termine aperitivo per tutti, per conoscersi e scambiare opinioni.

Bella serata, quella a Lineadiconfine. C’eravamo già stati, ci ritorneremo.

(nella foto - scattata da mio figlio Gabriele, otto anni! - Alberto Figliolia, davideG e Mauro Raimondi)


sabato 15 novembre 2008

Un secolo di derby sotto la Madonnina

Eravamo in Centomila - Un secolo di derby sotto la Madonnina (Fratelli Frilli Editori), che ho scritto con Alberto Figliolia e Mauro Raimondi, è arrivato in libreria. Ogni volta che esce un nuovo libro - dopo mesi passati a discutere, scrivere, leggere, rileggere, riscrivere - è sempre una bella emozione. Quando poi lo si è pubblicato insieme a degli amici la “febbre a 90”, tanto per citare il “maestro” Nick Hornby, sale ancora più velocemente. Perché già si pensa alle presentazioni e – perché no? – alle post-presentazioni, trascorse a chiacchierare in allegria.

Io, Alberto e Mauro scriviamo soprattutto per questo: per divertimento, per il piacere di fare qualcosa insieme. E, inutile negarlo, anche questa volta la soddisfazione è tanta e la fatica è già stata ripagata. Mi auguro che condividiate in tanti l’emozione per questo libro perché si ostina a raccontare il calcio in modo molto diverso da quello a cui oggi, purtroppo, ci vogliono abituare. Niente polemiche, isterismi, insulti, fanatismi. Solo storie – recenti e lontane - aneddoti, ricordi, emozioni, gioie, delusioni. Momenti entrati nella vita di tutti noi, cresciuti rincorrendo il sogno di un pallone.
E ora, la scheda del libro…

Nell’ottobre del 1908, curiosamente a Chiasso, si disputava il primo Inter-Milan, la sfida che sarebbe diventata il derby italiano per eccellenza, il più giocato, il più prestigioso.

Eravamo in centomila, celebrandone il centenario, ripercorre in sessanta racconti la sua, gloriosa, storia. Narrando sia partite famose come il 6-5 per l’Inter del 1949, il 6-0 milanista o le gare di Champions League, sia incontri che pochi conoscono: dal primo, sofferto, successo dell’Inter alla stracittadina che nel 1938, dopo dieci anni di digiuno, riportò alla vittoria il Milan; dal derby con cui venne inaugurato San Siro a quello disputato a New York nel 1969.

Un lungo, intenso e vivace romanzo nel quale appaiono moltissimi aneddoti e personaggi. Dai fratelli Cevenini all’immenso Meazza, che segnò con tutte e due le maglie. E poi fuoriclasse, come Nyers e il Gre-No-Li, Rivera e Mazzola, Matthaeus e Van Basten, Ibra e Kakà, a fianco di giocatori magari di secondo piano, ma che un’impronta, nella storia del derby, l’hanno lasciata: Smerzi, Bonizzoni, Belli, De Vecchi, Minaudo e tanti altri.

Calcio, dunque, ma non solo. Poesia, musica, fatti di cronaca si inseriscono spesso e volentieri nei racconti, al pari delle vicende di una città che in questi cento anni è mutata profondamente.

Una Milano fortunata, a possedere il derby. Perché la stracittadina, oltre a essere emozione allo stato puro, è anche democrazia. Avere due squadre in una città, infatti, significa potere scegliere, grazie a un giocatore, un parente o addirittura al proprio carattere, a chi tenere, anzi appartenere, per tutta la vita. Il derby, quindi, è una sorta di bipolarismo calcistico, l’esaltazione della dialettica, della libertà.

Questo libro rappresenta un sincero, appassionato atto d’amore nei suoi confronti.

domenica 9 novembre 2008

Rassegna stampa


Eravamo in Centomila (Fratelli Frilli Editori), il nuovo libro dedicato ai derby milanesi che ho scritto insieme ad Alberto Figliolia e Mauro Raimondi (un trio ormai più collaudato di Emerson Lake & Palmer…) non è ancora arrivato in libreria, ma già iniziano a uscire le prime recensioni. La prima è di oggi, sul quotidiano Avvenire. Buona lettura…

Ciao Pedro

Mentre scrivevo Rossoneri – Il manuale del perfetto casciavit, ero alla ricerca di fotografie del Milan da pubblicare nel libro. Ne parlai con Donatella Evangelista, che mi mise con contatto con Fabrizio Pedretti, detto Pedro. Lui fu gentilissimo e mi inviò una selezione del suo archivio fotografico, senza voler nulla in cambio. In seguito, per contenere i costi della stampa, la casa editrice decise però di rinunciare alle fotografie. E per la copertina optò per una foto scattata dal sottoscritto. Mi dispiacque per Pedro, che comunque ringraziai per la disponibilità. Oggi purtroppo Pedro non c’è più, ma dove si trova ora sono convinto potrà continuare a scattare fotografie ancora più belle di prima.

Ironia della sorte, proprio in questi giorni esce la seconda edizione del libro Tifosa e basta - C'era una volta? (Sedizioni), il primo romanzo autobiografico sul tifo calcistico di una donna: Donatella Evangelista. Come scrive Sergio Giuntini nella prefazione esiste, eccome, una “via milanista alla letteratura”. Purtroppo, però, la soddisfazione di Donatella per questo libro è stata presto spenta dalla notizia della scomparsa di Pedro. Per ricordarlo, il modo migliore mi è sembrato pubblicare nel blog una sua foto scattata nel giorno dell’addio al calcio di Franco Baresi.
Ogni addio porta con sé, inevitabilmente, una vena di tristezza…

sabato 1 novembre 2008

Eravamo in Centomila

Ormai si può rivelare: a distanza di tre anni da Centonovantesimi sta per uscire il nuovo libro della “premiata ditta” Figliolia-Grassi-Raimondi. Si intitola Eravamo in Centomila (Fratelli Frilli Editore) e racconta un secolo di derby sotto la Madonnina. Proprio pochi giorni fa, infatti, ricorreva il primo centenario della stracittadina Milan-Inter, ma pochi se ne sono accorti. Anche nel calcio, per tacere di argomenti ben più seri del pallone, la memoria svanisce sempre più. Brutto segno: senza memoria non c’è futuro.

Chi comunque volesse avere qualche anticipazione in più sul libro (che avrà le prefazioni di Angelo Colombo e Gianfelice Facchetti) può leggere l’intervista a riguardo rilasciata dall’amico Alberto a TellusFolio.it.
Belle parole, le sue, soprattutto quando descrive come nascono i nostri libri: dalla passione comune, da una concezione dello sport condivisa, dalla voglia di raccontare storie. E, soprattutto, dall’amicizia.

La prima presentazione di Eravamo in Centomila, a cui ne seguiranno altre, si terrà sabato 15 novembre, alle ore 18,30, alla libreria Lineadiconfine, via Ceriani, 20 - Baggio, Milano.
Vi aspetto.

(Nella foto in alto, il trio Figliolia-Grassi-Raimondi mentre “assedia” Angelo Colombo, ex-centrocampista del Milan di Sacchi, autore di una delle prefazioni di Eravamo in Centomila).

Old Subbuteo

Ho trascorso l’infanzia a giocare Subbuteo, il calcio da tavolo in miniatura. Lo ho anche ricordato, con nostalgia, nel mio primo libro Inter? No, grazie! (Limina). Per questo motivo, quando nel forum del sito Old Subbuteo ho letto dei post riferiti a un estratto del mio Rossoneri – Il manuale del perfetto casciavit (Fratelli Frilli Editori) mi ha fatto piacere. Per chi fosse interessato a dare un’occhiata, questo è il link.
http://oldsubbuteo.forumfree.net/?t=31641265

In alto, una mia fotografia da bambino scattata nel 1969 da mio padre Paolo al Nevegal (Belluno). Ancora poco e avrei iniziato a giocare a Subbuteo…

sabato 25 ottobre 2008

A cena con Basletta

Nils Liedholm è stato un vero maestro: mi ha insegnato la tecnica calcistica, ma anche il rispetto per gli avversari e la sportività. Era così già da calciatore: in tanti anni di carriera non è mai stato ammonito una volta. Anche per questo stile, oltre che per il suo carisma, ha sempre avuto la stima e il rispetto di tutti”. Così Giovanni Lodetti, il mitico Basletta rossonero, ha ricordato il Barone a un anno dalla sua morte in occasione di una cena, a cui ho partecipato, organizzata martedì 21 ottobre dal Milan Club Nereo Rocco. Un club particolare, che può contare tra i soci nomi illustri della cultura milanese quali la scrittrice Curzia Ferrari, che sta per pubblicare un libro dedicato a Salvatore Quasimodo, e il grande poeta Franco Loi. D’altronde, anche il presidente del club è un poeta.

“Liedholm aveva anche un forte senso dell’ironia – ha proseguito Lodetti – quando ero ragazzino e dovevo affinare la tecnica mi disse, con il suo accento svedese: Giovanni, con questo sinistro non riesci neanche a salire sul tram! Era uno stimolo in più a migliorarmi, giorno dopo giorno. Ci riuscii e fui il suo primo allievo a finire in Nazionale”.

La serata, organizzata dall’infaticabile Maria Luisa, è poi proseguita tra innumerevoli portate e vino rosso a volontà, mentre Basletta rivelava anche di aver formato una squadra di vecchie glorie che si ritrova ogni tanto per giocare partite di beneficenza. Tra i protagonisti, giocatori indimenticati quali Prati, Biasiolo, Anquilletti, Pasinato, Savoldi, Marchetti, Trentini. “Quando vedo il prato verde mi dimentico tutti gli acciacchi e corro, mi diverto – racconta ancora Lodetti, mentre gli si illuminano gli occhi – Poi però, nei giorni successivi, sono dolori…Ogni tanto mi tolgo ancora qualche soddisfazione, come quando abbiamo battuto una squadra di prima categoria”.

L’appuntamento con il Milan Club Nereo Rocco è per la prossima cena, in occasione della quale si ricorderà proprio la figura del Paròn…
(In alto, Giovanni Lodetti e davideG durante una presentazione del libro Inter? No, grazie! nel novembre 2003).

C'era una volta Milano

Cosa rimane della Milano di una volta? Non molto, purtroppo: se ci si guarda intorno spesso si vede una città abbruttita, sotto diversi punti di vista. Ma qualcosa c’è ancora: un po’ di cultura, di musica, di sano spirito popolare. Lo si è visto domenica 19 ottobre alla Festa di Baggio, quartiere meneghino che una volta era anche Comune. Qui, in un grazioso angolo preservato dal cemento selvaggio, tra case color giallo lombardo, cortili tipici, la libreria Lineadiconfine (che grazie alla passione di Tiziana resiste miracolosamente all’assalto dei megastore) e un’osteria dove gli anziani cantano in dialetto, l’amico Mauro Raimondi ha presentato il suo libro Dal tetto del Duomo (Touring Club Italiano), che racconta l'mmagine della città nei secoli attraverso le parole le parole dei viaggiatori stranieri. Insieme a lui la bravissima Paola Franzini, che con la sua incantevole voce ha alternato le letture dei brani di Raimondi con canzoni in dialetto milanese. La stessa indovinata formula era già stata usata, due anni fa, quando proprio insieme a Mauro e Paola, avevo presentato tra le strade di Baggio La mia guerra, il diario scritto da mio padre Paolo – allora ragazzino – durante la seconda guerra mondiale. La piacevole atmosfera di domenica scorsa è stata la stessa, fino al gran finale con il classico Ma mi cantato in coro dal pubblico.

Per chi è interessato a conoscere, o approfondire, la cultura milanese, il buon Mauro propone ora l'interessante seminario Milano nei libri. Segnatevi le date in agenda.

Biblioteca di Cernusco sul Naviglio (via Cavour, 51 - ore 21,15)
22/10 - La storia di Milano attraverso i suoi libri
29/10 - Milano palcoscenico di racconti e romanzi
5/11 -
La cultura milanese dalla sua canzone alle leggende
(con musica dal vivo della fisarmonicista Rosanna Casè)

Accademia del Tempo Libero (Istituto Gonzaga, via Vitruvio 41, Milano, ore 16)
28/10, 4/11 e 11/11 (stessi temi)
Nella foto in alto, Mauro Raimondi (a destra) e davideG prima della presentazione del loro libro Centonovantesimi (scritto con Alberto Figliolia) nel dicembre 2005 alla Mondadori di Milano.

domenica 19 ottobre 2008

L'ombra del poeta

Il commissario Aguirre fece una pausa come se cercasse le parole giuste e disse: "L'unico obiettivo è vincere la guerra. A qualsiasi costo. Il rispetto della legge, la democrazia, la libertà di opinione per loro sono un lusso che non ci possiamo permettere". Questo è un estratto da L'ombra del poeta (Mursia) romanzo d'esordio dell'amico Pablo Rossi, da pochi giorni in libreria.
Il libro è un giallo avvincente che parte dall'uccisione del poeta Garcia Lorca per proseguire con la descrizione di trame oscure nella Spagna devastata dalla Guerra Civile. Tra racconti di franchisti, servizi segreti, politici, giornalisti, mercenari, lotta per la difesa delo Stato, Rossi riesce nell'impresa di far leggere d'un fiato oltre 500 pagine, fino all'epilogo finale.
L'ombra del poeta è un libro consigliato a tutti gli appassionati di gialli, ma anche a chi è interessato a conoscere - o approfondire - una delle pagine più tragiche della storia europea.

La forza del coraggio

Solidarietà a Roberto Saviano, che ha avuto il coraggio di scoperchiare il vaso di Pandora che conteneva le atrocità della camorra in Campania e di spaventare, con la sola forza della sua scrittura, il clan dei casalesi.
Gomorra è un grande libro di denuncia e passione civile: compratelo, leggetelo, diffondetelo. Anche per fare sapere a Saviano che siamo in tanti a essere con lui. Soprattutto in questo momento. Forza, Roberto.

http://www.robertosaviano.it/

domenica 21 settembre 2008

Addio Rick, wish you were here

How I wish, how I wish you were here
We’re just two lost souls swimming in a fish bowl
Year after year
Running over the same old ground, what have we found?
The same old fears
Wish you were here

Queste sono le strofe di Wish you were here, una delle più belle e note canzoni dei Pink Floyd. Un brano che all’epoca fu dedicato a Syd Barrett, ex-membro della band, morto nel 2006 dopo anni di misteriosa scomparsa dalle scene. Ma quelle parole ben si adattano, ora, a un’altra tristissima scomparsa: quella di Richard Wright, tastierista dei Pink Floyd, che se n’è andato il 15 settembre, ucciso dal cancro.

Richard è stato da sempre un componente fondamentale del grande gruppo inglese. Rimangono nella storia della musica, ad esempio, i suoni da brivido della sua tastiera in pezzi come Shine on you crazy diamond, Us and them, The great gig in the sky. Pietre miliari del rock. Personaggio schivo e riservato, ha vissuto un momento difficile agli inizi degli anni Ottanta, quando sembrò aver perso il suo “tocco magico”, per poi ritornare invece alla grande nella “seconda vita” dei Pink Floyd, a fianco dell’amico ritrovato David Gilmour.

Rick non aveva gli slanci virtuosistici di altri suoi colleghi come Keith Emerson o Rick Wakeman, ma con le sue melodiche tastiere sapeva creare atmosfere uniche, dei fantastici “tappeti sonori” nei quali si inseriva perfettamente la chitarra sognante di Gilmour. Per certi versi sottovalutato, è stato invece un ingrediente insostituibile del successo dei Pink. Non a caso, insieme a Nick Mason è l’unico membro del gruppo ad avere sempre suonato in tutti i loro concerti dal vivo.

And no-one sings me lullabies
And no-one makes close my eyes
And so I throw the windows wide
And call to you across the sky


Anche queste strofe tratte da Echoes mi verrebbero da dedicarti, Rick, ora che te ne sei andato. Ma forse è meglio ricordarti solo ascoltandoti, sulle note delle tue tastiere.

Ciao Rick, grazie della tua meravigliosa musica che mi ha tenuto compagnia in questi anni.
I wish you were here.

venerdì 29 agosto 2008

Capitano, mio capitano

Il campionato sta per iniziare e anche quest'anno il capitano del Milan sarà l'inossidabile Paolo Maldini, una delle ultime "bandiere" del calcio moderno. Ma ripercorriamo la storia dei capitani rossoneri con questo racconto scritto a quattro mani dal duo Raimondi-Meyer, che ringrazio per il contributo al blog.

Capitano, mio capitano. Sei tu, che la squadra cerca con gli occhi quando si trova in difficoltà e sembra sul punto di affondare. Sei tu, che inciti all’assalto quando c’è da assediare, che predichi calma quando bisogna pazientare. Sei tu, che quando si subisce una dubbia punizione, vai a parlamentare con l’arbitro. Non tanto per fargli cambiare idea, ma per condizionarlo la prossima volta che dovrà prendere una decisione difficile.

Tra gli indimenticabili capitani rossoneri bisogna partire da Nils Liedholm, componente fondamentale del fantastico Gre-No-Li nonché protagonista di quel Milan edizione 1951 che riportò sulla sponda rossonera del Naviglio uno scudetto che mancava da 44 anni. Un vero signore, lo svedese, in campo e fuori. Correttissimo, preciso, e la Leggenda narra che quel giorno in cui sbagliò un passaggio, tutto San Siro si levò in piedi ad applaudire: in tanti anni, non era mai accaduto.

Il Milan fu la sua unica squadra e qui chiuse la carriera a 39 anni. Dal 1949 al 1961 vinse 4 scudetti (meno di quelli che avrebbe potuto vincere), conquistando un posto nel Paradiso Rossonero esattamente come il suo successore, Cesare Maldini. Di lui, adesso, si ricordano soprattutto le spassose imitazioni di Teo Teocoli (che l’hanno fatto infuriare, pare). In realtà, Maldini Pater fu un altro milanista d.o.c. e la sua bravura era tale da fargli perdonare le amnesie che ogni tanto lo prendevano (soprannominate, appunto, maldinate). L’immagine che lo ritrae sollevare la Coppa Campioni a Wembley, fascia rossa su maglia bianca, è una delle più belle della storia milanista. Per la prima volta una squadra italiana vinceva la Coppa dei Campioni, e quella squadra, ovviamente, era il Milan. Il suo capitano, Cesare Maldini.

Il quale, nel 1966, si trasferì al Torino lasciando la carica a colui che noi, ultra quarantenni, consideriamo il capitano milanista per eccellenza: Gianni Rivera. Già, iniziava il campionato 1966-67 e il Gianni s’impadroniva della fascia bianca: l’avrebbe mantenuta per 13 anni, fino alla Stella del 1979. Quasi ininterrottamente, tranne durante una breve parentesi che lo vide abbandonare i campi di calcio in attesa dell’esito della battaglia (poi vinta) intrapresa contro il presidente Buticchi, che voleva, forse, venderlo. Correva il 1975-76, e solo per 14 volte, quella stagione, Rivera entrò in campo: nelle altre, il ruolo di capitano toccò a Romeo Benetti. Il quale, Leggenda narra (vista la mancanza di poesia del calcio attuale, è a Lei che ci dobbiamo attaccare!) che non gliela restituisse molto volentieri, così da pagare la sua ribellione con la cessione alla Juventus in cambio di Fabio Capello.

Altri tempi, archeofootball, ormai. Ma per i tifosi bambini che eravamo allora, la fascia bianca era inequivocabilmente attaccata alla maglia numero 10 di Gianni Rivera, tanto da esserne tutt’uno. Del resto, con quella casacca Rivera disputò 658 partite ufficiali di cui 501 in campionato, segnando 164 reti e vincendo 3 scudetti (pure lui meno di quanto avrebbe meritato), 2 Coppe dei Campioni, 1 Intercontinentale e il “Pallone d’oro” nel 1969, primo italiano in assoluto ad aggiudicarselo.

Impossibile, parlare di Rivera in queste poche righe, del suo calcio sopraffino, delle sue polemiche con Gianni Brera che lo riteneva un mezzo giocatore (perché non correva) e delle sue battaglie contro gli arbitri che gli costarono parecchie squalifiche. Su di lui sono stati scritti interi libri, tra i quali vi raccomandiamo “Nato a Betlemme” di Andrea Maietti (Ed. Limina): un titolo che spiega adeguatamente, ai più giovani, la grandezza di quello che molti considerano il migliore giocatore italiano del dopoguerra.

Rivera lasciò da campione d’Italia, e l’anno successivo si aprì la lotta per l’investitura. Inizialmente vinta da Albertino Bigon che, tuttavia, alla fine del torneo 1979-80 si ritirò lasciando libero il trono. Su cui si alternarono, nei tristi anni rossoneri che seguirono, Buriani, Battistini, addirittura quel Collovati che poi avrebbe “tradito” la causa milanista trasferendosi all’Inter (in quei tempi di calcio in bianco e nero, passare dall’altra parte veniva considerata una vera infamia).

Un trono vacante, insomma, fino a quando non spuntò lui, il Piscinin, Kaiser Franz, Highlander l’immortale. Franco Baresi, appunto. Esordio quando ancora c’era Rivera, nel 1977; addio al popolo rossonero al termine della stagione 1997. E uno slogan, “Il capitano, c’è solo il capitano”, che molti di noi hanno ancora nelle orecchie. Un vero eroe (anche per l’infanzia travagliata), a tal punto che nel Milan nessuno ha mai più rivestito né rivestirà la maglia numero 6. Esattamente come i tricolori conquistati da Baresi, a cui vanno aggiunte 3 Coppe Campioni e 2 Intercontinentali: 712 partite ufficiali giocate, di cui 532 in campionato.Un altro Rivera, insomma. E l’ennesimo capitano fuoriclasse, come l’attuale, Paolo Maldini, destinato a battere ogni primato rossonero. Di lui basti ricordare il tempo intercorso tra la prima e l’ultima Coppa Campioni: 24 maggio 1989 Milan-Steaua 4-0, 23 maggio 2007 Milan-Liverpool 2-1. Un grande. Anche se, a dir la verità, adesso come adesso è un capitano più in pectore che reale, viste le numerose assenze. Ma non importa: per quest’anno, comunque vada e chiunque ce l’abbia, la fascia sarà sua. E per la prossima stagione, si vedrà. Di certo, i degni successori non mancano.

(nella foto in alto un giovanissimo Gianni Rivera, "il capitano" per eccellenza, insieme a mio nonno Giuseppe Trevisson).

sabato 19 luglio 2008

When Genesis in Rome

"C’è tra di voi qualche fan d’annata?" E’ questa la domanda che Phil Collins pone a circa 500.000 persone durante il concerto dei Genesis dell’anno scorso a Roma. Un evento che ora è possibile vedere nel dvd When We in Rome, appena uscito nei negozi. E mentre Phil faceva quella domanda, anche se ero sulla poltrona di casa mi è venuto spontaneo alzare la mano, nell’inutile tentativo di segnalare la mia presenza. E’ stato come dare il via a un medley da brividi, che inizia con In the cage, passa da Cinema Show, termina con Afterglow. E scusate se è poco...

A vederli sul palco tornano in mente mille momenti di giovinezza, ma i Genesis sono visibilmente invecchiati e questo, ahimè, significa che anch’io lo sono, pur se ci dividono diversi anni. Phil Collins è calvo e ingrassato; Tony Banks è completamente ingrigito e Mike Rutheford sembra ormai più un tranquillo lord inglese che un musicista rock. Mancano all'appello l’Arcangelo Peter Gabriel e la chitarra di Steve Hackett, ma quando i Genesis suonano i “pezzi d’annata”, come li chiama Phil, l’emozione è sempre la stessa. E sembra di ritornare indietro negli anni, tra suoni fiabeschi e classicheggianti, elfi, teste di volpe. Un sogno a occhi aperti. E pazienza, poi, se bisogna ascoltarsi anche qualche brano tratto dal deludente Invisibile touch. E pazienza se l’energia risente magari qua e là del trascorrere degli anni. I Genesis sono i Genesis e questo dvd è una testimonianza di quello che è stato, forse, il loro ultimo tour che si è chiuso a Roma, quasi un omaggio all’Italia, il Paese che prima di altri li seppe apprezzare e valorizzare.

Particolarmente interessante, per i fan incalliti come il sottoscritto, è il terzo dvd del cofanetto, con un documentario che illustra tutte le diverse fasi organizzative del Turn it on again tour: dagli incontri con l’architetto per la scelta del palco, alle prove con i tecnici, fino alla prima data, in Finlandia, e al concerto in Polonia, disturbato da un violento temporale.

Per tutti coloro che avrebbero voluto essere a Roma un anno fa, e non hanno potuto assistere al concerto, When We in Rome è un prezioso documento da conservare e, magari, fare vedere un giorno ai propri figli. Per spiegare loro cosa è stata la meravigliosa favola dei Genesis.

(in alto, la copertina di uno degli ultimi numeri di Paperlate, la rivista di cui sono stato uno dei fondatori ben 25 anni fa e sulla quale ho scritto i miei primissimi articoli).

venerdì 20 giugno 2008

Radiohead, tra pioggia e arcobaleni

Esistono due diversi tipi di musica. Quella delle canzoni “usa e getta”, delle mode destinate a essere dimenticate nell’arco di una stagione. E quella di qualità, che dura nel tempo e attraversa le generazioni. La musica dei Radiohead rientra senza dubbio nel secondo genere, come il gruppo inglese ha dimostrato martedì 17 giugno, all’Arena di Milano.

Sotto la pioggia e in mezzo al fango, migliaia di persone (compreso il sottoscritto e l’amico Massimo) hanno ascoltato quasi due ore di concerto in cui la band ha spaziato nella sua discografia, con un doveroso occhio di riguardo per l’ultimo album In Rainbows. Elettronica, pianoforte, chitarre rock e un folletto sul palco: il cantante Thom Yorke, con le sue incredibili tonalità alte di voce, che ha toccato l’apice nell’esecuzione del capolavoro Karma police, tratto dall’album OK computer.

La musica dei Radiohead racchiude in sé, in un prezioso equilibrio, echi del passato e visioni del futuro. Ma soprattutto è perfettamente ancorata al presente, con suoni che sembrano figli di malinconia, alienazione, inquietudine. I Radiohead sono la colonna sonora ideale di questo tormentato inizio di nuovo Millennio.

domenica 15 giugno 2008

Sportiamoci in versi

Come avevo anticipato qualche settimana fa, la mia poesia L'Airone, dedicata a Fausto Coppi, è risultata tra le finaliste del concorso di poesia sportiva Inpuntadipenna. Di conseguenza, è ora stata pubblicata nell'antologia Sportiamoci in versi (Bradipo Libri).
Gli interessati ad acquistare il volume possono richiederlo alla casa editrice http://www.bradipolibri.it/inpuntadipenna.asp

domenica 1 giugno 2008

Italiano, istruzioni per l'abuso

Come si è potuti arrivare al punto di scrivere “blindare un contratto”, “spalmare un debito”, “killerare un avversario politico”? Se lo chiede con sconcerto, e una buona dose di ironia, l’amico Giuseppe Picciano, che ha appena pubblicato il piacevole e arguto Italiano, istruzioni per l’abuso (Editrice Uni Service). Secondo Picciano – e come dargli torto? – sono in molti oggi a comunicare in maniera incomprensibile, producendosi in ardite commistioni tra anglicismi e italiano burocratizzato al solo scopo di sorprendere. Anche il calcio non è immune da questo vizio. Basti pensare che la ribattuta a rete su respinta del portiere è oggi diventata un tap-in; un tiro insidioso da fuori area è uno shoot-out; il regista della squadra è il playmaker; i minuti di recupero e gli eventuali supplementari sono extratime.

Nella premessa al libro, Picciano sottolinea che è “tutto merito dell’espansione a macchia d’olio dell’italiese, lingua contemporanea a cavallo tra l’anglo-italiano e il burocratese. Più che romanza, l’italiese è una lingua romanzata, nel senso che mistifica la realtà con concetti fantasiosi e astratti. E se l’italiano è una lingua neolatina, l’italiese è una parlata neo-slavina, perché tutto travolge e porta con sé, anche il buonsenso".
Verrebbe da dire: "Dimmi come parli e ti dirò chi sei". Oppure, per citare una battuta del grande Totò, “Parli come badi”.
Per acquistare il libro on line http://www.uni-service.it/

domenica 18 maggio 2008

Casciavit in libreria


Serie B, Mitropa Cup, Luther Blissett, Egidio Calloni, Ugo Tosetto. Non sono queste, solitamente, le immagini che un milanista ama rievocare della storia rossonera. A farlo ci pensano, invece, gli interisti e gli juventini. Ma un “perfetto casciavit” si distingue da un “semplice” milanista proprio perché non si vergogna - e ricorda anzi quasi con affetto – anche i periodi più bui, che fanno comunque parte della storia del Milan.
E’ stato questo il filo conduttore della presentazione del mio libro Rossoneri – il manuale del perfetto casciavit (Fratelli Frilli Editori) che si è tenuta sabato 17 maggio, al Mondatori Multicenter di via Marghera a Milano. Tra sorrisi e battute, un’ora e mezza è volata via piacevolmente, davanti a volti amici e sconosciuti. Protagonista assoluto dei ricordi il Paròn Nereo Rocco, la Grande Anima Rossonera. Come altre volte, ha divertito molto l'episodio dello sconosciuto francese che un giorno, a Parigi, chiamò così l'allenatore triestino: "Monsieur Rocco, mon ami". Per tutta risposta si sentì dire dal Paròn: "Mona a mi? Mona a ti!".
Al mio fianco, gli inseparabili “gemelli” scrittori Alberto Figliolia (tra l’altro, interista doc) e Mauro Raimondi, che non finirò mai di ringraziare. Tra il pubblico, anche l’amico taxi-driver casciavit Massimo Messia, che ha raccontato di quando una sera entrò in un bar a Rho e riconobbe, nella persona che gli serviva un panino, un volto a lui noto: quello di Gabriello Carotti, ex-giocatore del Milan. Carotti passò alla storia soprattutto per la roboante frase: “Al Milan siamo solo in due a saper giocare a calcio: io e Gianni Rivera”. Non era ovviamente così, ma va bene lo stesso…

venerdì 25 aprile 2008

La mia guerra

A circa due anni dalla sua uscita, La mia guerra diario di un adolescente sotto le bombe (Albalibri), il libro scritto da mio padre Paolo tra il 1940 e il 1945 e pubblicato, purtroppo, solo dopo la sua morte, continua a suscitare interesse. D’altronde, si tratta di un libro che non invecchia, trattandosi della singolare testimonianza di un ragazzino che annota tutto quello che gli capita intorno durante la seconda guerra mondiale: dalle piccole vicende personali ai grandi avvenimenti storici.

La guerra vista con gli occhi di un bambino è un modo diverso di raccontare la storia ai più giovani e questo credo sia il vero motivo di tanta attenzione. Sono così stato chiamato a parlare del libro a Cesano Boscone, ai primi di aprile, e pochi giorni fa al Teatro Comunale di Trecate, in provincia di Novara, dove mi ero già recato l’anno scorso. In quest'occasione, mi ha fatto particolarmente piacere apprendere che una rappresentazione del libro, con letture da parte di giovani attori e musiche, è stata portata anche in una scuola media di Trecate.

Andare a Novara mi fa sempre molto piacere anche perché buona parte del libro è ambientata a Lumellogno, paese di origine dei miei nonni paterni (e ora quartiere novarese) dove mio padre andò a vivere dopo che la sua casa milanese venne completamente distrutta dai bombardamenti. A riguardo, ecco uno stralcio del racconto fatto da mio padre di quel tragico giorno...

Lumellogno (Novara) lunedì 16 agosto 1943
Eccomi di nuovo a Lumellogno, non più come studente in vacanza o come sfollato ma come...profugo. A Milano, infatti, la mia casa è stata completamente distrutta in un bombardamento e io, i miei genitori e molta altra gente abbiamo seriamente rischiato di lasciarci la pelle. E’ successo nella notte fra il 12 e il 13. Allarme, discesa nel rifugio e, al momento, tutto sembrava tranquillo; poi si è scatenato l’inferno. E’ arrivata una prima ondata di aerei, subito accolta dagli spari dell’artiglieria contraerea, che ha cominciato a vomitare colpi su colpi verso il cielo. Nel rifugio è entrato un signore sconosciuto con un braccio sanguinante: quando la buriana è incominciata si trovava per strada ed è stato colpito di striscio a una spalla da una grossa scheggia di proiettile contraereo caduta dal cielo. E’ stato medicato alla meglio con l’alcool e una benda trovati nella piccola cassetta di medicazione del rifugio.

Alle esplosioni della contraerea si sono ben presto aggiunti i boati delle bombe dirompenti, che non sembravano però vicinissimi, e i tonfi provocati dalla caduta di spezzoni incendiari nel cortile. Dopo circa un’ora, una pausa di silenzio e la luce elettrica, che si era spenta, è tornata a funzionare. Papà e alcuni altri ospiti del rifugio sono usciti per dare un’occhiata intorno e sono rientrati dicendo che dal tetto e dalle finestre dell’ultimo piano del nostro stabile uscivano lingue di fuoco. In altre parole, casa nostra stava bruciando. Inoltre, in certi punti del cortile il fosforo incandescente di alcuni spezzoni incendiari si stava lentamente espandendo per terra, sprizzando zampilli nell’aria e rendendo assai pericoloso camminare da quelle parti.

All’improvviso, nuovamente l’inferno. Le bombe dirompenti hanno cominciato a cadere con tremendo fragore e, questa volta, sembrava che tutte le esplosioni avvenissero proprio sopra la nostra testa. La luce elettrica si è spenta di nuovo e non si è più riaccesa. Dopo non so quanto tempo, c’è stato un violento tonfo sordo accompagnato da un rumore simile a quello di una forte folata di vento e il rifugio si è riempito di polvere. Il soffitto del locale che dava accesso al rifugio vero e proprio dove eravamo noi è crollato e quel locale si è riempito di macerie, che hanno schiacciato e seppellito le due persone che in quel momento lo occupavano, ferendo anche un giovanotto che, dall’ingresso del nostro rifugio, stava parlando con loro.

Alla luce di candele e di torce elettriche, abbiamo notato che anche nel soffitto del nostro rifugio si erano aperte delle crepe minacciose, dalle quali cadevano in continuazione calcinacci e polvere. Probabilmente, se questo soffitto reggeva ancora era grazie ai grossi pali di legno che lo puntellavano. Qualcuno, in preda al panico, ha cominciato a gridare istericamente; alcune donne si sono messe a singhiozzare o a pregare, due bambini piccoli hanno cominciato a loro volta a piangere, infastiditi dalla polvere che aveva riempito il locale e che dovevano respirare. La maggioranza di noi, però, è riuscita a mantenere la calma e a pensare al da farsi.

Passato non so quanto tempo, il bombardamento è finalmente cessato e, senza aspettare che le sirene suonassero il “cessato allarme”, con le nostre valigette siamo usciti uno a uno nel cortile attraverso la finestrella dell’uscita di sicurezza, rimasta miracolosamente sgombra e accessibile, aiutando anche il giovanotto ferito, che stentava a reggersi in piedi. Nel cortile vi erano qua e là larghe chiazze di fosforo incandescente, che abbiamo accuratamente evitato girando al largo il più possibile. Sarebbe bastato posare un piede anche solo sul bordo di una di queste chiazze per mandare arrosto, nel migliore dei casi, almeno una gamba. Ci siamo soffermati un attimo a guardare la nostra casa: non esisteva più. Al suo posto, un grande cumulo di macerie fumanti…

Nella foto, mio padre Paolo (primo a sinistra) con gli amici Alfonso e Giulio a Lumellogno (Novara) nel 1944.

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sabato 19 aprile 2008

Il volo dell'Airone

Fausto Coppi è un campione che ha sempre esercitato su di me un fascino particolare. Sarà stato per quel volto scavato, che contrastava con la leggerezza della pedalata anche nelle salite più impervie. Oppure avranno influito le sbiadite immagini in bianco e nero, che hanno reso ancora più suggestiva l’epopea di un ciclismo irripetibile, fatto di strade sterrate e uomini che con i pedali allontanavano la fame e la guerra. Sarà stato per tutto questo, o per altro ancora, ma il Campionissimo ha sempre avuto un ruolo particolare nella mia personalissima classifica di campioni dello sport. Così, quando ho saputo del concorso di poesia sportiva Inpuntadipenna, anche senza essere un poeta ho provato a scrivere qualcosa dedicato proprio a Coppi. La mia poesia l’Airone è risultata tra le finaliste e dovrebbe così far parte della raccolta Sportiamoci in versi, che sarà pubblicata prossimamente dalla casa editrice Bradipo Libri.

A quanto pare, a distanza di tanti anni l’Airone vola ancora. Non più sulle Alpi o sulle Dolomiti, ma nei ricordi e nella fantasia di molti.

sabato 12 aprile 2008

Una serata casciavit

Serata molto casciavit, sabato 12 aprile, all’Associazione Culturale Renzo Cortina. Qui, infatti, ho presentato il mio nuovo libro Rossoneri (Frilli Editore). All’incontro hanno partecipato anche Onorato Arisi (direttore del Museo Milan Inter di San Siro) e Attilio Maldera, uno dei tre fratelli della sua famiglia ad aver indossato la maglia del Milan (personalmente ho un ricordo molto vivo di Aldo, terzinone-goleador nell’anno della Stella).

Maldera ha spiegato, tra l’altro, il pregevole lavoro che svolge insieme alla moglie psico-pedagoga per educare i più giovani ai valori dello sport. Ha poi ricordato alcuni episodi di quando era calciatore: “Allora era tutto diverso: io, come anche i miei fratelli, giocavamo a calcio perché sentivamo ‘dentro’ di noi la passione e avevamo molto attaccamento alla maglia. Tra noi c’era amicizia e i giovani avevano una specie di compagno di squadra tutor, che nel mio caso fu Schnellinger. Oggi, invece, tutto è mercificato e il calcio è diventato un fenomeno esasperato in cui mi riconosco sempre meno. Mi colpisce inoltre il fatto che, quando li sento parlare, i giocatori di oggi sembrano quasi tristi: eppure hanno avuto tutto dalla vita…”.

Da parte mia, ho raccontato, tra l'altro, alcuni aneddoti sulla squadra rossonera. Ad esempio, di quando il fondatore della squadra, l’inglese Herbert Kilpin, offriva ai suoi giocatori del whisky prima e dopo la partita, convinto che desse più energia e facilitasse il recupero degli sforzi. O di quando Gunnar Nordhal, centravanti degli anni Cinquanta, dotato di grande potenza e forza fisica, fece involontariamente male a un portiere avversario e fu dispiaciuto al punto da piangere e rimanere sconvolto per il resto della partita. Davvero altri tempi…

Nel mio intervento ho ricordato anche alcuni giocatori minori della storia del Milan come il centravanti Egidio Calloni, famoso per i suoi errori sotto porta, che venne soprannominato da Gianni Brera Lo sciagurato Egidio. E’ poi passata alla storia una telecronaca di Beppe Viola in cui il giornalista commentò così l’ennesimo gol sbagliato: “Occasione per il Milan, ma Calloni la sventa”.

Un ringraziamento casciavit a tutti coloro – amici e non – che sono intervenuti alla presentazione di sabato e un arrivederci a presto.

(nella foto, davideG e Attilio Maldera, ex-giocatore del Milan)

sabato 5 aprile 2008

Diapositive d'immortalità

La poesia, si sa, è un’arte molto difficile. E che raramente regala soddisfazioni, perlomeno in termini di vendite. Incurante di tutto questo, come sanno fare solo i veri artisti, Alberto Figliolia prosegue nella sua prolifica attività poetica e pubblica il nuovo libro Diapositive d'immortalità (Albalibri). Come sempre, Alberto rivela le sue notevoli doti di creatività, introspezione, osservazione della realtà – in alcuni casi ironica, in altri più amara – con questa pregevole raccolta, da tenere sul comodino e leggere di sera, quando cala l’oscurità e i suoni sembrano più ovattati. Non a caso il giornalista Werther Pedrazzi ha scritto che "è un libro cha aiuta a ritrovare il coraggio di guardarsi dentro".
Figliolia è anche scrittore e giornalista ma, come lui stesso spiega, è proprio nella poesia che si ritrova maggiormente. E basta leggere alcuni dei suoi racconti, anche quelli a sfondo sportivo, per trovare sempre qua e là le tracce del poeta, che ama “volare alto” nell’uso sapiente della parola.
Chi è Alberto lo descrive lui stesso, con originalità, proprio nelle note di copertina di Diapositive d'immortalità: "Alberto Figliolia vive. Qualche volta sopravvive e si dispera. Ama. Lavora. Non smette d'interrogarsi, anche quando non ha risposte: coltiva la religione del dubbio, con il giusto dubbio. Ha scritto numerosi libri di poesia e prosa. La scrittura è il coltello con cui s'incide le vene dell'anima per farne sgorgare, con la paura dell'oscurità, le trame della luce".
Per acquistare il libro on line http://www.albalibri.com/
(nella foto, Alberto Figliolia e davideG)

lunedì 31 marzo 2008

Celomanca

Alzi la mano chi, tra coloro con un’età sulla quarantina, non ha mai giocato alle figurine, che una volta riempivano di sogni e divertimento le giornate di bambini e adolescenti. Alcuni di questi, ormai diventati attempati e insospettabili padri di famiglia, si sono dati appuntamento a Milano sabato 29 marzo a Cartoomics, il Salone del fumetto, dei cartoons, del collezionismo e dei games. Qui, grazie alla passione di Franco Dassisti, giornalista ed esperto di “figu”, è stata allestita una bella mostra con alcune chicche tra le quali, ad esempio, una rarissima collezione tedesca delle Olimpiadi del 1936. Oltre alla mostra sono stati realizzati anche dei laboratori, dove ai più giovani è stata insegnata “l’antica arte” dei giochi con le figurine, e una tavola rotonda dal titolo Celomanca, il tormentone di una generazione. “Il grosso del cuore delle figurine batte lì, tra il magico 1970 dei mondiali messicani e il 1980 dello scandalo delle scommesse – ha spiegato Dassisti – Quella è l’età dell’innocenza del collezionista”.

Alla tavola rotonda ha partecipato anche Pierluigi Pizzaballa, ex- portiere di Milan, Atalanta, Roma e Verona, famoso anche per essere diventato la figurina più rara della storia. “Quando il fotografo della Panini si recò nel ritiro dell’Atalanta non mi trovò perché ero appena stato chiamato per il servizio di leva – ha raccontato Pizzaballa - La raccolta iniziò quindi senza la mia figurina, che venne realizzata solo in un secondo momento, quando ormai aveva già fatto impazzire i collezionisti”. Pizzaballa è così involontariamente diventato l’icona di chi ancora oggi ricorda con nostalgia gli anni passati a scambiare le figurine e a giocare a “muretto”, “numero”, “colletto”. Un periodo per molti aspetti unico e irripetibile.

“Completare l’album diventava l’obiettivo finale della collezione, per poi tenerlo via e riguardarlo, per sognare i dribbling di Rivera, le scorribande di Mazzola, gli stacchi aerei di Bettega, su quei manti erbosi così verdi come nei campetti degli oratori era impossibile immaginare – ha concluso Dassisti - Di calcio in tv ce n’era poco niente, le domeniche pomeriggio passavano con l’orecchio incollato alla radiolina, in attesa della voce roca di Sandro Ciotti che recitava ‘scusa Ameri’ per aggiornare un risultato, e tu, col fiato sospeso, a capire se era la volta buona, se la tua figurina del cuore aveva fatto gol. Segnali di fumo a forma di pallone in un mondo ‘analogico’ dove lo spazio per la fantasia era molto, e le figurine contribuivano a colmarlo. Poi arrivarono le card. Ma quella è tutta un’altra storia…”.


(nella foto, davideG con Pierluigi Pizzaballa)

sabato 1 marzo 2008

PFM (Prefazione di Franz sul Milan)

Sono cresciuto ascoltando dischi come Storia di un minuto, Chocolate Kings, Live in USA. Quando ero giovane (ormai, ahimè, posso usare anch'io questa frase...) avevo in camera il poster di Gianni Rivera a fianco di quello dei miei musicisti italiani preferiti: la PFM. Ho sempre considerato Franz Di Cioccio un grande batterista e un grande...milanista. Con queste premesse, quando ho terminato di scrivere Rossoneri mi è così venuto subito spontaneo pensare a Franz per la prefazione. Sono stato accontentato e il risultato, che potete leggere qui sotto, è degno delle sue migliori rullate...
Prefazione a Rossoneri di Franz Di Cioccio
Essere milanisti è un fatto biologico, come mangiare, quindi…non si può morire di fame. Allora ben venga la coppa numero sette che ci sazia, almeno per un po’. Quando Davide mi chiese di partecipare a questo libro, la Coppa Campioni era in corso e i titoli sui quotidiani erano lusinghieri. Ci chiamavano “Maestri d’Europa” o, con un altro titolone, “Questa squadra possiede la scienza della Champions”. Tutto ciò era molto gasante, però mi convincevo che sarebbe stato meglio essere cauti e non cantare vittoria anzitempo. Meglio aspettare e soffrire fino all’ultimo minuto dell’ultima gara, perché la sfiga è sempre in agguato. Non sapevo come sarebbe andata, ma di una cosa ero contento: stavo rivedendo il Milan che piace, quello che fa soffrire, quello che… non sai mai come va a finire. E’andata bene. Battuti avversari e ogni sfiga anche se, come gioco, la finale non è stata memorabile. Il secondo gol di Pippo Inzaghi però vale la Coppa. Qualche mese dopo è arrivato anche il titolo mondiale per club.
Eh sì, è bello essere rossoneri. Una voglia che non mi passa dal 1950. Faccio un passo indietro e vi racconto come sono diventato milanista. Te set un casciavit! Così mi apostrofavano nel cortile del palazzo dove abitavo da ragazzo nei pressi dello stadio Meazza. Io, nato a Pratola Peligna, paesino in provincia di Aquila, ero giunto a Milano da poco tempo e non capivo il significato di quella parola. Non avevo dimestichezza con il dialetto meneghino. Al mio orecchio suonava molto musicale, scivolava bene quando rimbalzava da un balcone all’altro del casermone dove abitavo. Gli epiteti abruzzesi irripetibili si stemperavano a meraviglia con i vusa no e i co de legn nei battibecchi da un balcone all’altro. Proprio un bel suono lo slang milanese ma, quanto al significato delle parole, avevo ancora molto da lavorarci.

Nel mio Bronx, poco lontano da San Siro, dovevo fare i conti con molte cose sconosciute. I miei genitori erano entrambi sarti e il mio abbigliamento era, di conseguenza, più in linea con la praticità che con la moda. Secondo mia madre, una camicia rossa e un paio di pantaloni neri, ad esempio, erano funzionali per un ragazzo esuberante e scavezzacollo che si arrampicava sugli alberi e saltava i muri di cinta. Mi sono ritrovato addosso i colori rossoneri, ma in modo del tutto casuale. Te set un casciavit, mi gridavano mentre passavo per il quartiere, e io pensavo fosse il solito dileggio. Quel termine divenne per me una specie di emblema, un segno distintivo.
Ma il tifo è una cosa seria e lo scoprii presto. Tra “gobbi zebrati” e interisti bauscia mi accorsi subito che avevo intorno un ambiente non proprio amico. La mia vicina di casa, assidua ascoltatrice delle frequenze del gazzettino padano, mi venne in soccorso: mi prese da parte e mi disse Venn’ chi un mument, ciciarem un cicinin. Mi tradusse il vocabolo meneghino alieno e mi spiegò l’arcano calcistico che si celava dietro la magica parola. Realizzai che casciavit non era un’offesa ma, anzi, un segno di appartenenza. Di fatto, con il mio abbigliamento ero stato mandato direttamente nel girone dei diavoli, quelli rossoneri. Ed eccomi milanista per caso con un futuro “infernale” davanti. Il mio tifo? Tutto il resto lo ha fatto la squadra: Rocco, Liedholm, Rivera, Van Basten, Sacchi, Lodetti, Maldini, Ancelotti (il vero erede di Nereo). Non c’è bisogno di fare tutta la lista. Oggi mi sento appagato del mio milanismo. E allora…ma vieniiiiiiiiiiiii, come dice il mio amico Teo Teocoli.

Grazie a tutti i rossoneri di ieri, oggi e perché no, anche a quelli di domani. Quando un anno parte male e si raddrizza con una Coppa dei Campioni e una Coppa del Mondo per Club vale la pena essere dei casciavit.

(nella foto, davideG e Franz Di Cioccio prima di un concerto della PFM, nel 2001, a Legnano)

venerdì 15 febbraio 2008

Rossoneri - Il manuale del perfetto casciavit

Finalmente ci siamo: dopo una lunga attesa (i primi appunti ho iniziato a scriverli nel 2004) è uscito il mio nuovo libro, il primo solo a mia firma dopo La palla è rotonda?, che risale al 2003. Il titolo è Rossoneri - Il manuale del perfetto casciavit. Inizialmente volevo intitolarlo semplicemente Casciavit, ma poi la casa editrice - nel timore che potesse essere un un po' criptico - ha preferito un più immediato Rossoneri.

Si tratta di libro molto "personale", pieno di ricordi e nostalgia, ma anche di aneddoti, ironia e satira. E' talmente personale che anche la foto della copertina è mia (l'ho scattata in occasione dell'ultimo scudetto milanista) così come sono io il bambino ritratto all'interno con la maglia rossonera. Quest'ultima immagine mi è particolarmente cara: è stata scattata, infatti, dal mio indimenticabile papà (che tra l'altro era interista - unico della famiglia - ma poco tifoso e molto sportivo) nel lontano 1969 sulle montagne del Nevegal, in provincia di Belluno, la mia seconda città. Un'ultima nota: la prefazione è di Franz Di Cioccio, grande milanista ma, soprattutto, batterista e front man dei miei musicisti italiani preferiti: la Premiata Forneria Marconi. E ora...buona lettura della scheda di presentazione di Rossoneri - Il manuale del perfetto casciavit.

Casciavit, cacciaviti: così vengono soprannominati a Milano i tifosi milanisti, per sottolinearne la genuina estrazione popolare. E negli ultimi anni, diventare un casciavit è stato abbastanza facile. Coppe e scudetti si sono alternati con frequenza e hanno saziato anche chi – nel passato più remoto – ha vissuto digiuni prolungati e delusioni cocenti. Ma se tifare Milan può, almeno oggi, essere abbastanza semplice, diventare un perfetto milanista è tutt’altra cosa, un privilegio al quale solo pochi possono accedere. Perché richiede applicazione, consapevolezza, memoria, perfino studio.

Il libro di Davide Grassi si propone di dare a tutto il popolo rossonero - composto anche da simpatizzanti, milanisti della domenica, tifosi tiepidi - questa possibilità. E offre anche l’opportunità - a chi già era convinto di essere un perfetto rossonero - di verificare il livello della sua “fede” per eventualmente colmare le lacune e migliorarsi. Il tutto attraverso una serie di lezioni condotte sul filo dell’ironia (per un milanista l’acronimo doc sta per devi omaggiare Calloni: sì, perfino lui) tra luoghi (un ristorante, una pasticceria, una fiaschetteria, un museo) e personaggi della storia rossonera. Tra i tanti, Nereo Rocco - definito la Grande Anima Rossonera – e Nils Liedholm, dei quali sono raccontati simpatici aneddoti. Ma anche Giovanni Lodetti, Pierino Prati, Fabio Cudicini, Angelo Colombo, Pietro Paolo Virdis, incontrati dall’autore. Senza dimenticare i tifosi vip, a cominciare da Franz Di Cioccio della PFM, autore della prefazione, fino al grande Enzo Jannacci.

Il libro si propone così come una divertente guida per essere un vero casciavit capace di apprezzare le fantastiche giocate di Gianni Rivera, Marco Van Basten e Kakà, ma anche di ricordare con simpatia la Pantera nera Luther Blissett, famosa per i gol sbagliati a porta vuota, o il Keegan della Brianza Ugo Tosetto, passato alla storia per la sua inutilità.

Insegna inoltre a riconoscere e smascherare i falsi sostenitori del Diavolo, gli opportunisti e i trasformisti dell’ultima ora ai quali viene negata la possibilità di laurearsi in milanologia. Questo libro è la prima, vera e unica Bibbia del tifoso milanista.

venerdì 8 febbraio 2008

Il pianeta ovale


Che bello il terzo tempo a rugby. Ti sei massacrato di botte sul campo, lealmente, poi affronti il tuo avversario fuori dal campo, gli dici quello che gli devi dire e poi ci si saluta e ci si chiede scusa anche, se serve…non sarebbe male come regola, ma fuori da un campo da rugby le cose non vanno in questo modo". Così Marco Paolini, attore teatrale, regista e drammaturgo parla del rugby, sport duro ma vero, leale e nobile come pochi. Uno sport con tifosi che si mischiano tra di loro in un clima di festa continua; in cui i giocatori se le danno anche di santa ragione, ma senza protestare con gli arbitri e senza fare sceneggiate, per poi applaudirsi a vicenda alla fine. E proprio nei giorni del torneo delle Sei Nazioni, che da qualche anno annovera finalmente anche l’Italia nel gotha europeo della palla ovale, l’artefice di capolavori come Il Sergente e Il Racconto del Vajont, una delle più belle pagine della storia della televisione italiana, dedica la sua arte, veramente unica, a raccontare il rugby.

E’ successo settimana scorsa con lo splendido Album d’Aprile messo in onda da La7, e prosegue ora con 15 cortometraggi in onda sempre sulla stessa rete. Come sempre, Paolini coglie nel segno: il suo lavoro alterna sport, passione civile, fango, spogliatoi, storia di vita vissuta, mete. “La palla ovale è bella perché va dove vuole, non fa due volte la stessa strada – spiega Paolini – e la meta mi piace perché anche un mona capisce che lì bisogna arrivare”.

Qualche anno fa, un giorno scrissi a Paolini e gli mandai una copia del mio libro La palla è rotonda? – Storia umoristica (ma non troppo) del calcio secondo me. Mi rispose così, con un biglietto che conservo ancora: “Il tuo libro è una boccata d’ironia in mezzo a tanta spazzatura calcistica”. In realtà, il mio libro era nulla di fronte alla sua arte, alla sua capacità di reggere uno spettacolo da solo per tre ore, alla sua intelligenza e passione civile. Dopo l’ennesimo capolavoro desidero quindi ora rispondergli così: “Marco, il tuo teatro fa respirare a pieni polmoni aria pulita – come quella delle Dolomiti bellunesi dalle quali entrambi proveniamo - in mezzo all’inquinamento insopportabile di buona parte della televisione odierna”.

sabato 2 febbraio 2008

Football magister vitae


Un racconto di Mauro Raimondi*

Quando l’arbitro Lattanzi di Roma fischiò la fine, scoppiai a piangere. Era già da qualche minuto che respingevo le lacrime con la speranza di un gol di Rivera o di Prati al novantesimo, ma quel punto non c’era più niente da fare e allora cominciai a singhiozzare. Lì, sulle gradinate di San Siro, mentre sul campo i giocatori dell’Atalanta si abbracciavano felici e i nostri rientravano mesti negli spogliatoi.

Al mio fianco, papà Ildebrando mi guardava con aria di rimprovero. Pure lui, in realtà, era deluso per quello 0-0 che allontanava il Milan dallo scudetto, però mascherava perfettamente i suoi sentimenti con l’aria superiore di chi attribuiva ad una partita di calcio un valore limitato. Un atteggiamento da “grande”, incomprensibile per i miei sette anni. Tuttavia, per compiacerlo, chiusi gli occhi, deglutii e mi imposi di non piangere più. Mi alzai, piegai il cuscinetto rossonero, avvolsi la bandiera e mi incamminai con lui verso l’uscita. Un signore, ridendo, mi rivolse una parola di conforto, ma io restai a testa bassa per tutto il tempo che occorse a raggiungere la Fiat 124, rispondendo con monosillabi ai tentativi di consolazione da parte di mio padre.

Ero disperato. E indignato verso il mondo. Quello che era successo era profondamente ingiusto: il Milan aveva giocato benissimo, sfiorando parecchie volte la rete. L’Atalanta era stata dominata, quasi mai aveva superato il centrocampo, il suo portiere aveva parato l’imparabile e i suoi giocatori erano stati sleali, fingendo di essere infortunati o rallentando la rimessa in gioco del pallone. Eppure, alla fine, erano stati proprio loro, gli atalantini, ad essere premiati!

Io, bimbo equilibrato, dall’innato senso di giustizia, questo non lo riuscivo a capire, ad ammettere. Ma come era possibile? Questo significava che non basta avere ragione per far sì che le cose vadano bene. Significava che l’ingiustizia può trionfare sempre e comunque, nonostante uno faccia il proprio dovere, sia corretto e a posto con la propria coscienza.

Era l’8 marzo 1969, e grazie a quella partita avevo scoperto una Legge fondamentale della vita: non sempre vince chi merita.
Anzi, quasi mai.
La legge immorale del calcio.
E dell’esistenza.
Football magister vitae.
Da quel pomeriggio, l’innocenza della mia infanzia iniziò a svanire.

*Mauro Raimondi, milanese, ha esordito nella letteratura sportiva nel 2003 con il romanzo Invasione di campo – Una vita in rossonero (2003, Limina). In seguito ha pubblicato il libro di racconti Centonovantesimi – Le 100 partite indimenticabili del calcio italiano (2005, Sep) insieme ad Alberto Figliolia e Davide Grassi. Dei suoi racconti sono apparsi, tra gli altri, su Rossoneri comunque (2003, Limina), antologia di scrittori (e no) milanisti, su Linea Bianca (2004, Limina), trimestrale di scienza e cultura calcistica, e su Ogni quattro anni (2006, Albalibri), raccolta di testi sui Mondiali di calcio. Insegnante di Geografia e di Storia di Milano, ha recentemente pubblicato con il Touring Club Dal tetto del Duomo – L’immagine di Milano nei secoli attraverso le parole dei viaggiatori stranieri. Nel 2006, invece, ha pubblicato CentoMilano – La città raccontata dai suoi libri (Fratelli Frilli Editori, due edizioni), la prima bibliografia ragionata sulla città.
(nella foto, Mauro Raimondi e davideG alla Galleria d'Arte Cortina di Milano)